Cari lettori,
Mi fa molto piacere che stiate seguendo i racconti delle mie avventure in Texas. Il viaggio, ahimé, è finito ma io ho ancora tanto da raccontare, per cui questa newsletter (e le successive) conterrà altre esperienze che ho vissuto negli Stati Uniti. Alcuni scritti sono stati prodotti mentre ero fisicamente lì, di altri mi ero preso l’appunto di parlarne; poco importa, il sentimento provato (o riprovato) in entrambi è quello che muove la penna (o le dita sulla tastiera). Vi lascerò a fine dell’articolo uno spazio in cui potete lasciare un commento, per scrivermi eventuali curiosità che avete su questo viaggio.
Buona lettura!
In Texas i mezzi pubblici sostanzialmente non esistono, le tasse sono molto basse e il welfare è di conseguenza assente. Dato che le distanze sono enormi, ci si muove in automobile per lo più, già a 15 anni puoi prendere il foglio rosa, a 16 anni una mini-patente e guidare da solo (ma senza dare passaggi, tranne se si tratta di un singolo familiare, e senza guidare da mezzanotte alle 6 del mattino). Ho preso tante volte Uber per spostarmi quando non avevo affittato l’automobile, capitava di scambiare qualche parola con gli autisti. L’articolo di oggi parla di una chiacchierata profonda avuta con un’autista.
Per una questione di sicurezza, Uber mostra prima dell’inizio della corsa le caratteristiche del conducente, la sua fotografia, le valutazioni ricevute e anche una descrizione personale. In quel caso il conducente era una signora anziana, che chiamerò Mary. La sua descrizione diceva che era in pensione e dava passaggi con Uber per aiutare i ragazzi la sera a tornare a casa, indicando che non bisogna mettersi alla guida dopo aver bevuto; per inciso, se ti becca la polizia con un tasso alcolemico oltre allo 0.08%, leggermente superiore al limite italiano, in Texas finisci dritto in galera, rischiando tra un mese e 60 giorni di reclusione, senza convenevoli.
Salito in auto, ci presentiamo, io racconto che nel weekend avevo visitato Houston, che facevo il dottorato in ingegneria aerospaziale e che avevo visitato il Centro Spaziale in città; lei mi dice che lavora con Uber per arrotondare sulla pensione, ed era nata ad Atene. Ha vissuto lì sino a 8 anni, poi si è trasferita negli Stati Uniti insieme alla famiglia per via del lavoro del padre. Ha ricordi vividissimi della Grecia sebbene fosse molto piccola quando era lì, addirittura ricorda più la Grecia che altro del suo passato, per via di un forte legame emotivo. Ricorda persone cortesi, paesaggi bellissimi e cibo squisito. Il suo grande rimpianto è di non esser mai potuta tornare in Grecia. Rispondo io che tutto sommato rispetto al passato i voli costano di meno ormai. Da lì, out of the blue (“fuori dal blu”, ovvero all’improvviso) mi dice che il tempo, purtroppo, non torna indietro. Il tempo va solo in una direzione e per questo deve essere speso bene. Il suo è sia un consiglio, sia un monito: bisogna sempre pensare a come allocare e spendere il proprio tempo, proprio perché è l’unica cosa che nessuno può recuperare. I soldi vanno e vengono, il tempo invece può essere solo perduto. Impiega sempre il tempo in attività di valore. Aggiunge che se lavoro 10 anni per qualcosa che non mi piace e senza cercare altro, la parte peggiore di tutti è che ho speso 10 anni della vita in quell’attività, non una perdita economica.
A fine viaggio mi ha fatto vedere la foto Facebook di un amico del figlio che lavora alla NASA, aggiunge che spera che l’America sia stata di mio gradimento e mi dice di salutarle l’Europa e la Grecia, se avrò occasione. Ci salutiamo e io scendo dall’auto.
Vi riporto questa storia perché la signora Mary ha ragione, immensamente ragione, dannatamente ragione. A 14 anni sentivo di avere tutta la vita davanti, lessi il De brevitate vitae di Seneca e pensai “Sì, la vita è breve se sei anziano, per me invece è lunghissima”. Non gli diedi tanto peso all’epoca. Adesso di anni ne ho 28 e spero di averne tanti altri davanti, ma apprezzo ancora di più le parole di Seneca e dell’autista Mary. Se uso il tempo come valuta, se penso a come ho speso i 14 anni che mi separano dal Davide che leggeva Seneca, sono in parte soddisfatto, in parte no; ho sprecato un sacco di tempo. Non mi riferisco al tempo come strumento di produttività o di scalata sociale ma più sulle esperienze vissute.
Quante volte non ho fatto qualcosa per paura di sbagliare, di essere giudicato o di farmi del male? Tantissime. Da piccolo avevo il terrore di cadere in bicicletta, usavo sempre le rotelle. Ho imparato tardissimo ad andare senza, nell’estate dopo la quinta elementare e facendo venire il colpo della strega a mia madre, perché mi aiutava spingendomi e a me piacevano molto le merendine. Quante uscite in bicicletta con i miei compagni delle elementari ho perso perché mi vergognavo a farmi vedere con le rotelle e avevo paura di imparare? Tutte. Questo è tempo che non tornerà.
Sullo sport, per buona parte della mia vita ero convinto di essere un completo incapace in tutto, di non poter fisicamente e strutturalmente fare niente. Entro i 14 anni avevo provato tutte le attività esistenti, continuativamente o per brevi periodi con i tempi d’estate (tennis, nuoto, karate, judo, canoa, canottaggio, calcio, orienteering, ping pong, sala pesi, basket e altro che ho voluto dimenticare). Appena avvertivo il minimo sforzo, mollavo; fare sport non faceva per me, così credevo. O i miei genitori mi obbligavano a fare sport, oppure non andavo, infatti al liceo smisi, acquisito il libero arbitrio (salvo provare tennis, ma nemmeno mi presentavo agli allenamenti, preferivo studiare). La ragione di fondo, che capì negli anni dopo, era la paura di essere giudicato in una partita e la paura di farmi del male. Poi in tempo di COVID mi misi in forma, persi 15kg in 6 mesi, iniziai arti marziali e arrampicata con costanza. Quando ti metti in forma, migliori in tutto, non solo in una singola disciplina. Mi ricordo che a una partita di beach volley nella primavera del 2022 i miei amici avevano fatto le squadre più o meno equilibrate e io ero tra gli “scarsi”, tra gli ultimi a essere scelti, come sono sempre stato; solo che in campo feci una quindicina di battute buone di fila, rovinando gli equilibri, e uno mi chiese “Ma da quando hai imparato a giocare?”. Quante partitelle ho perso prima di allora perché credevo di non poter essere in grado di giocare e mi vergognavo? Tutte. Ancora una volta, tempo che non tornerà.
A 13 anni il professore di educazione fisica mi obbligò a iscrivermi al suo corso di danza sportiva pomeridiano, perché servivano più maschi per equilibrare le coppie. Mi ricordo che il maestro mi diceva di essere uno dei pochi che riuscisse a tenere il tempo (sono figlio di una pianista, ho un discreto orecchio musicale). Dopo un mese abbandonai perché mi sentivo in imbarazzo. A 21 anni riprovai a fare bachata e salsa a Madrid in Erasmus ma a un certo punto mollai per la stessa ragione. Si potrebbe dire che ballare non faccia per me, non è che a tutti piace tutto (a me tutt’oggi non piace il calcio); la verità è che avevo paura della vergogna; non vergogna, ma paura di provare vergogna. Oggi ballo bachata una volta a settimana, ballare mi ha insegnato a essere disinvolto in ogni situazione più di ogni corso di public speaking o di mini-video-corsi di deficienti sedicenti esperti di comunicazione pubblicati su Instagram. Quante occasioni perse prima di realizzarlo? Tutte.
Potrei continuare all’infinito parlando di esperienze di studio o di lavoro in cui ho sprecato tempo, ma questa newsletter diverrebbe noiosa e tradirei il consiglio dell’autista Mary: sarebbe una perdita di tempo. La verità è che, nel bene e nel male, nel quotidiano non pensiamo mai al valore del tempo, anche se dovrebbe essere il primo pensiero. Anche per questo scelsi come titolo di questo blog “La Clessidra”: riflettere sul tempo attuale e condividere riflessioni che volevo esprimere da tempo.
Voglio chiudere la newsletter di oggi con due citazioni, una è un po’ più ironica, una seconda un po’ più seria.
La prima è tratta dalla serie tv “The Office US”, Dwight Schrute dice: Vivi solo una volta? Falso! Tu vivi ogni giorno, muori solo una volta.
La seconda è invece il monologo di Aldo Baglio di Aldo, Giovanni e Giacomo, dal film “Odio l’estate”:
Io non lo so il perché ma a un certo punto succede a tutti: la gente inizia a pensare solo al lavoro, alle scadenze, alle rotture di palle, e le cose belle se le dimentica. All’improvviso quello che prima ti faceva felice adesso non ti interessa più. Il calcetto al giovedì? E chi c’ha il tempo. La pizza con le amiche? Noooo, e che ci dobbiamo dire ancora? Persino andare in vacanza diventa un problema. Da bambino non vedi l’ora, da grande chissà perché quando si tratta di partire diventano tutti nervosi. Se c’è una cosa che odio dell’estate è proprio questa, che prima o poi finisce.
Lascia qui sotto un commento su una curiosità sull’America, o una tua riflessione sul tempo che passa.
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