Cronache Americane: ci hanno venduto i sogni sbagliati
Appunti dal mio viaggio in Texas, parte 3
“L’uomo è ciò che mangia” scriveva Feuerbach, il padre del materialismo tedesco. Il contesto in cui viviamo influenza notevolmente il nostro modo di pensare e le nostre scelte. In queste settimane sto provando a immergermi in un contesto diverso, quello americano. Oggi voglio scrivervi sul fatto che, probabilmente, ci hanno venduto i sogni sbagliati, o forse direttamente degli incubi.
Parlare di “contesto americano” vuol dire tutto e niente. Mi trovo in Texas, stato che si estende per più del doppio dell’Italia e ha metà della popolazione; in sostanza, è vuoto. L’altro giorno ho comprato un cappello da cowboy sotto la spinta di alcuni colleghi, rigorosamente da Cavender, negozio specializzato in abiti tipici. Prima che mettiate le mani avanti, vi dico: è normale vestirsi così nelle zone rurali, è anche tremendamente comodo. Una collega mi ha confermato che a Fort Worth, vicino Dallas, il corredo elegante di un uomo prevede cappello e cravatta da cowboy. Vi garantisco inoltre che quei $35 per un cappello di paglia sono stati il miglior acquisto del viaggio: è leggerissimo, calza a pennello (il commesso ha misurato il diametro della mia testa) e aiuta tantissimo a sopportare caldo e umidità. Penso che lo userò anche in Italia.
Incredibile come nel Paese che ha spinto di più verso la globalizzazione si trovi invece un rispetto profondo delle tradizioni locali. Vi riporto un altro caso, è usanza che in Wisconsin, il stato capitale del formaggio, i politici si presentino alle Convention nazionali con un cappello a forma, appunto, di formaggio.
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Parlare dunque di “contesto americano” vuol dire tutto e niente, dipende molto dal luogo in cui ci si trova. Più specificatamente, il punto di vista che mi è capitato di approfondire è quello tradizionalista repubblicano (per chi mastica poco politica americana, Trump è del Partito Repubblicano, Biden del Partito Democratico). Vi riporto a fine articolo il link del primo episodio di questa serie, dedicato al museo di George H. W. Bush (“Bush padre”, per gli amici).
Come ho scritto, il museo celebra l’ex presidente americano ed è spiccatamente patriottico in ogni suo angolo. In ogni istante si celebra quanto sia grande l’America e i valori americani di democrazia e libertà, sia verso i cittadini americani, sia verso il resto del mondo. Non mi aspetto nulla di diverso da un presidente Repubblicano, ognuno ragiona secondo i propri valori. Ciò che invece mi aspettavo di meno era quello di trovare gli stessi valori presentati allo Space Center di Houston, ovvero il museo della NASA.
“Houston, abbiamo un problema”, quello lì; Houston non è il nome di un signore, non c’è un mister Houston, ma ci si riferisce al centro NASA di Houston, ancora attivo oggi per il coordinamento delle missioni spaziali e molte altre attività di ricerca. Dentro trovate la possibilità di toccare una vera roccia lunare (l’ho fatoto anch’io, poi mi sono lavato le mani), la replica e i moduli originali del Saturn V che portò l’uomo sulla Luna, tantissime tute spaziali originali e molto altro. Se vi capita, vi consiglio di dedicare tutta la giornata alla visita perché merita davvero.
Il museo ha sofferto di tagli ai fondi dell’attuale amministrazione da quanto mi hanno raccontato alcuni colleghi, inoltre l’impronta politica si legge in alcuni panel al suo interno. Per esempio, si è celebrato l’anniversario dei 250 anni della nascita degli Stati Uniti. D’altronde, mi sembra anche giusto celebrare i propri traguardi scientifici dato che le loro tasse sono usate per missioni spaziali a beneficio di tutti. Inoltre, si evidenziano a più riprese i benefici materiali che derivano dalla ricerca spaziale, come le nuove tecnologie sviluppate.
Della visita mi è piaciuto in particolare un documentario in cui Tom Hanks intervistava i nuovi astronauti delle missioni Artemis e raccontava anche le missioni lunari del passato, stanno organizzando delle repliche in Europa, vi consiglio di vederlo se avete l’occasione.
Adesso provo a immergermi nella mentalità di un americano (o texano) che visita entrambi i musei. Nel primo caso, leggo la storia di un presidente che ha guidato il Paese verso accadimenti storici (crollo del muro di Berlino, tra gli altri); nel secondo caso, conosco l’agenzia spaziale del mio Paese e che ha portato l’uomo sulla Luna e che vuole spingersi oltre. Il filo conduttore che trovo è la celebrazione del senso di grandezza, nel primo caso in un contesto più politico, il secondo in uno scientifico.
Ritornando alla frase “L’uomo è ciò che mangia”, un americano mangia grandezza. Se ritorniamo con un nostro punto di vista italiano, possiamo considerare questa narrazione come propaganda politica. Resta di fatto, comunque, che la grandezza attrae e inspira. E’ un’articolazione del cosiddetto sogno americano, di cui vi lascio un video di Francesco Costa a fine articolo. Di fatto, questo tipo di propaganda vende un sogno, un sogno bellissimo, quello in cui si possono ottenere cose grandiose e che con il proprio sforzo si può diventare astronauta (così raccontavano anche nel documentario).
Se ritorniamo invece con i piedi per terra in Italia, quale sogno ci stanno vendendo? Vorrei dire “nessuno” ma forse è peggio di quanto pensassi. Non abbiamo a livello di narrazioni collettive nulla di simile al sogno americano, forse Pinocchio insegna qualcosa sul senso del dovere, per il resto non c’è una narrazione positiva dominante. Le uniche narrazioni in tal senso sono balle politiche che cercano di collegare con voli pindarici l’Italia ad alcuni aspetti dell’antica Roma; bello parlare del Colosseo e dell’influenza globale; non so se tutti accetterebbero gli spettacoli di persone sbranate dai leoni, le pene che dipendevano dallo stato sociale, matrimoni con bambine di 12 anni e la condanna dello stupro del tutto assente in base allo status della vittima.
Ciò che viene venduto in Italia è un incubo. La politica vive propagandando per lo più notizie negative e puntando il dito contro l’avversario. Attenzione, anche l’agenda americana è piena di ciò, a voja se è piena. Al tempo stesso, accanto a denigrazioni dell’avversario, c’è sempre un momento di celebrazione, da entrambi i partiti. La narrazione che vedo dominare in Italia è invece per lo più propendente verso il negativo, perché si sa, lamentarsi attira più like.
La mia conclusione è dunque questa: ci stanno vendendo i sogni sbagliati, nel senso che ci vendono solo incubi. Alcuni potrebbero sostenere che noi abbiamo più i piedi per terra e siamo più realisti. Una verità di fondo ci può essere in ciò, al tempo stesso, non so quanto ci faccia bene essere sempre e costantemente negativi. Anche perché, dato che l’uomo è ciò che mangia, pensare solo in modo chiuso e negativo, ci porta unicamente ad azioni limitate e negative.
Vi piace frequentare persone che ripetono dalla mattina alla sera “Mai ‘na gioia”? A me no.
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