Cronache dal Vecchio-Nuovo Mondo: l'Eco-Disastro di Saddam Hussein e George Bush ambientalista
Appunti dal mio viaggio in Texas, Parte 1
Mi trovo in questo momento negli Stati Uniti, in Texas, precisamente a College Station, seguirò una summer school di scienze dei materiali con approccio computazionale per le prossime due settimane. Non sto qui a spiegarvi cosa siano scienze dei materiali con approccio computazionale, vi potrebbe incuriosire invece cosa sia una summer school. Come dice il termine stesso, è una scuola estiva dove studiosi (studenti universitari, dottorandi, ricercatori, professori, ecc…) si riuniscono per parlare e approfondire una certa materia o un argomento. Avete capito bene, al posto di fare le ferie in riva al mare, a noi accademici piace riunirci per parlare di cose difficilissime; ognuno ha i propri vizi. Gli articoli che usciranno da qui alle prossime settimane (dilazionati uno a settimana, come sapete) nascono dunque da curiosità o stranezze che sto vedendo qui, nel Vecchio Nuovo Mondo. Chiamo gli Stati Uniti “Vecchio Nuovo Mondo” perché nel mio immaginario le città del futuro oggi sono in Cina (e del futurissimo saranno in Kenya, ma questo è un tema di cui prima o poi parleremo). E’ vero comunque che molte cose prima accadono negli USA e poi vengono da noi, soprattutto per i trend politici.
La città dove mi trovo è in mezzo a Houston, Dallas e Austin, nel triangolo industriale texano. Un tempo gli studenti prendevano il treno e venivano a studiare qui, alla Texas A&M University, da cui il nome della città, College Station. Oggi la stazione non esiste più ma i treni passano ancora. La città ruota attorno all’università e, oltre questa, c’è poco da vedere. Si può definire dunque solo una città universitaria? In senso stretto sì, solo che siamo in Texas, ed “Everything is bigger in Texas” (“Tutto è più grande in Texas”), per cui l’estensione di questa città universitaria è quanto Torino ma ha solo 90mila abitanti. Nel cuore della zona universitaria c’è un campo da golf immenso e uno stadio di football che può ospitare 102mila persone; per confronto, il San Siro può ospitare 75mila persone.
L’unica attrazione della città, al di fuori delle attività universitarie, è la George H. W. Bush Presidential Library. E’ tradizione dei presidenti americani quella di aprire una libreria e centro memoriale al termine della loro attività politica, spesso in una città a loro cara; Obama ha inaugurato il proprio qualche settimana fa a Chicago. Fondazioni ed enti benefici iniziano a sbracciarsi per convincere il presidente a creare da loro la propria libreria già a inizio del mandato. Così è accaduto che Bush padre designò la Texas A&M come sede per il forte attaccamento dell’università ai concetti di senso civico e public service. In quanto persona estremamente curiosa, sono andato a vedere la biblioteca quest’oggi. In brevissimo, si gioca tutto sulla vita di Bush padre dagli albori (con fotografie familiari, ma tante fotografie familiari, tantissime fotografie familiari) sino alla presidenza e al dopo, raccontando tutti gli avvenimenti principali. Il leitmotiv è chiaramente il patriottismo. C’era anche una riproduzione dello Studio Ovale, con gli arredi scelti da lui stesso. Potevo esimermi dal fare una foto seduto in quella scrivania? Ma figuriamoci, mi conoscete.
Tra i vari momenti storici ripercorsi dal museo, c’è la caduta del muro di Berlino e l’inizio della Guerra del Golfo. E’ qui che viene la riflessione di oggi, da una scritta su Saddam Hussein come eco-terrorista. In tutta franchezza, l’ultimo posto del pianeta Terra su cui mi aspettavo una condanna di un disastro ambientale è nella libreria celebrativa di un petroliere. Eppure così è stato.
A ben pensarci, non è così strano, per due motivi.
Il primo è che tradizionalmente i presidenti americani (e non solo) amano definirsi come presidenti di tutti. Anche Donald Trump nel suo primo discorso dopo la vittoria nel 2016 disse “Sarò il presidente di tutti gli americani”. Condannare Saddam Ussein (anche) per lo sversamento di 80mila tonnellate di petrolio in mare è una maniera di strizzare gli occhi agli ambientalisti.
Il secondo è che, oggettivamente, si è trattato di un disastro terribile. Ho fatto amicizia qui con un dottorando di origine egiziana, a cena gli ho raccontato di questo episodio e mi ha riferito che ha conosciuto con mano varie persone che hanno avuto problemi di respirazione per le esalazioni di petrolio dovute a quella guerra. La concezione di guerra moderna vede eserciti contro eserciti, senza distruzione o coinvolgimenti di strutture civili o di civili stessi; una guerra “educata”, per quanto educata possa intendersi la guerra. Gettare in mare 80mila tonnellate di petrolio per fini strategici è un disastro generale, punto e basta.
In ogni caso, di questa visita mi ha colpito questo: che gli ambientalisti hanno vinto. Spesso chi è ambientalista viene dipinto come un idealista sconnesso dalla realtà e con poca praticità. Se nel museo di un presidente americano petroliere si mette l’accento sui danni alla flora e alla fauna dovuti allo sversamento di petrolio in mare, per me è un segno di vittoria, perché a livello morale per la prima volta si parla di queste cose. La tutela dell’ambiente è entrata nell’ordine delle cose e finalmente se ne parla. Non è affatto una cosa da poco.
Anche Trump recentemente ha parlato di green coal, ovvero carbone verde. E’ una definizione che fa storcere il naso, basta pensare che bruciare carbone per produrre energia libera nell’aria polonio, tra le altre schifezze. Tuttavia, è accaduto che il più critico dei presidenti verso il cambiamento climatico comunque abbia usato il termine “verde” per descrivere la propria politica energetica.
E’ green washing in entrambi i casi? Certamente. Si potrebbe fare di meglio? Indubbiamente. Però il punto è questo: se ne parla. Per la prima volta la tutela ambientale è diventata veramente un problema di interesse pubblico. Prima l’ambiente nemmeno era considerato nei discorsi politici (se non da chi ha un indirizzo orientato specificatamente verso la tutela ambientale), adesso invece tutti ne parlano e riconoscono che si deve scendere a patti.
Alcune linee politiche si scontrano a un certo punto con la realtà e le ideologie cadono, oppure devono essere mascherate. Kennedy Jr., attuale Ministro della Salute, ha delle idee tutte sue sui vaccini e sulla giusta alimentazione, per esempio non supporta chi critica il consumo della carne. Al tempo stesso, è ministro della salute di un Paese con un grande tasso di malattie cardiovascolari. Non vuole dare ragione ai salutisti, però riconosce che il consumo eccessivo di carne è un problema; cosa fa allora? Ruota la piramide alimentare.
E’ la stessa piramide della dieta mediterranea, solo che demonizza di meno la carne per come è presentata. E’ accaduto lo stesso che con l’ambiente, finalmente queste tematiche sono di interesse generale e sono riconosciute come problemi, se ne parla.
In conclusione, se passate da College Station, fate un salto alla libreria memoriale di Bush padre. In generale, gli scambi culturali arricchiscono sempre. E visitate sempre i supermercati veri frequentati dalla gente del posto, raccontano un paese più di ogni altra cosa.





