Cronache Americane: abolite il Pubblico Posto Fisso
Appunti dal mio viaggio in Texas, parte 2
Questo articolo è stato scritto mentre mi trovo in Texas per una summer school, alla Texas A&M University. Trovi il primo della serie, su George Bush ambientalista, qui:
Quando chiacchiero con internazionali, trovo sempre divertente provare a spiegare in inglese quelle cose tipicamente italiane, 100% italiane e che trovi solo in Italia. Una di queste è “Striscia la Notizia”; come lo racconti a uno straniero? Io dico che è un telegiornale satirico, ma che a volte fa anche servizi seri, e che al tempo stesso presenta un pupazzo rosso di forma vagamente fallica (per stessa ammissione di Antonio Ricci) e delle ballerine in abiti succinti. Non proprio facile. Un’altra cosa difficile da spiegare è il concetto di Pubblico Posto Fisso. Userò l’acronimo “PPF”.
Partiamo da una traduzione in inglese del PPF, io dico di solito “Fixed Job in Public Sector”, ma anche “Un-firable Job in Public Sector”, ovvero posto di lavoro non licenziabile nel settore pubblico. La prima volta che ho capito davvero il potere dietro il PPF fu nel 2023, quando incontrai un avvocato nella startup in cui lavoravo. Aveva esperienza nel settore pubblico e mi raccontava che, a meno di oggettivi problemi, un impiegato nel settore pubblico non poteva essere licenziato. Sappiamo che il mercato del lavoro ha molte tutele rispetto ad altri Paesi Europei, mi spiegava che nel caso del pubblico il licenziamento era praticamente impossibile. Era questo uno dei motivi per cui nel pubblico si è molto oculati nel fare assunzioni (o meglio, così accade recentemente, un tempo non era affatto così; basti sapere che la Sicilia nel 2013 aveva 28mila impiegati forestali, lo stesso numero del Canada). Più o meno nello stesso periodo era emersa la storia di una professoressa di filosofia che aveva totalizzato 20 anni di assenze e malattia su 24 anni di servizio. Intervistata dal giornale “Open”, aveva dichiarato: “Ricostruirò tutta la verità, ma ora sono al mare”. Bisogna essere dei professionisti per rispondere così.
Per inciso, la storia è andata avanti, la professoressa ha dimostrato che le sue richieste di assenza erano state documentate e accettate dal Ministero, paradossalmente. Open cita Repubblica e riporta “dal 2001 al 2021 67 certificati di assenze per malattia, che l’hanno portata fuori dalla scuola da 40 a 180 giorni l’anno in quegli anni. Nel computo bisogna contare anche due assenze per infortuni sul lavoro e 16 permessi per motivi personali." (link qui). Il paradosso è che questa persona non è stata messa alla porta dalle assenze ma per impreparazione.
Avete letto bene, nulla da dire sulle assenze. E se non c’è nulla da dire, è lecito farle; almeno, io ragiono così. La mia domanda è allora la seguente: come cavolo è possibile tutto questo? Com’è ammissibile tutto questo? Perché nessuno ha mai detto “Fermatevi, siete folli ad autorizzare tutto questo”? Perché se la professoressa è stata messa alla porta per incapacità didattica e non per le assenze, chissà quanti professori sono lì fuori con capacità didattica (dunque, senza poter essere licenziati per questo) ma con un’attitudine analoga di assenteismo. E intanto gli studenti subiscono, con insegnamenti intermittenti e dunque scadenti.
Ho accennato questo mio pensiero al termine dell’articolo con le proposte per riformare la scuola (lo riporto a fine di questo articolo) e lo voglio ribadire qui, a costo di farmi dei nemici: gli insegnanti incapaci o/o scansafatiche devono essere portati fuori dalle scuole, perché la posta in gioco è troppo alta. Si rovinano intere e intere generazioni e carriere tollerando il lassismo di una singola persona: bisogna dire di no.
Al tempo stesso, non fraintendetemi, il problema non è in sé la “fissità di posto”, come direbbe Checco Zalone in “Quo vado”. Atteggiamenti lassisti non sono una conseguenza del PPF ma di un altro punto, un po’ più sottile, e che riguarda anche il settore privato. Farò un passo indietro per spiegarlo.
Come dicevo, quella sugli insegnanti (e sugli impiegati del pubblico scansafatiche) è una riflessione che mi porto da tempo. E’ emersa adesso perché, come detto nel titolo, mi trovo in Texas per una summer school, e mi piace attaccare bottone con le persone, per sapere come funzionano le cose nel Nuovo mondo. Dove sono è la “Texas A&M University”, università statale (dello stato del Texas, dunque pubblica) nata per supportare originariamente agricoltura e meccanica (da cui, A=Agricolture, M=Mechanical). Preciso che si tratta di un’università pubblica, attualmente ha il record di università più grande degli Stati Uniti per numero di studenti. Ho incontrato qui tanti colleghi ricercatori dottorandi, texani e non. Uno in particolare mi ha raccontato con molta fierezza che loro riescono a portare un sacco di quattrini alle imprese del Texas, attraverso formazione di qualità e progetti innovativi. Non mi aspetto nulla di diverso nella capitale del neoliberismo, d’altro canto io sarei anche orgoglioso se la mia università aiutasse le imprese italiane.
E’ noto che il mercato del lavoro è molto più flessibile negli USA; in altre parole, ti possono licenziare anche per futili motivi. Ciò vale anche per l’insegnamento, in particolare, il maestro o professore sino alle scuole medie fa un contratto privato con la scuola. Per insegnare serve aver frequentato un master di 18 mesi, si ottiene così una licenza valida solo nello stato che la rilascia (per esempio, se ottengo la licenza in Texas, posso insegnare solo in Texas, non in California o in Nevada). Esistono poi altre certificazioni che possono essere conseguite, vi rimando a questo articolo per approfondire. Avere delle certificazioni aumenta la possibilità che io possa essere assunto, perché, come detto, l’assunzione dipende da una negoziazione tra me e la scuola. In altri termini, non esistono concorsi e graduatorie, accade esattamente come per il mercato privato. Inoltre, c’è un sistema di valutazione degli insegnanti anche dopo che hanno conseguito tutte le abilitazioni e certificazioni, basato su punteggi ottenuti dai propri studenti; lo ha introdotto Obama con il programma Rise to the top (“Scaliamo verso il meglio”). Se gli studenti hanno un punteggio basso, si può avere una decurtazione di stipendio degli insegnanti, oppure il licenziamento nei casi più gravi.
L’insegnante, dunque, è responsabile della formazione degli studenti (accountable, in inglese). Io onestamente non credo che lo stesso valga per l’Italia. Ricordo chiaramente che alle scuole medie, nel mezzo di varie riforme della scuola (tra cui quella porcheria della Riforma Gelmini), un punto in particolare veniva osteggiato da tutti gli insegnanti, indicandolo come un insulto verso la loro professione, l’origine del Male, l’incarnazione di Satana sulla Terra, l’undicesima piaga d’Egitto e la progenitrice di tutti i peccati: le prove Invalsi. Il motivo era che la valutazione degli studenti non era fatta dai singoli docenti ma era uniformata e standardizzata a livello nazionale, un po’ come accade da sempre con le prime due prove della maturità. Ai tempi noi ragazzi ci accodavamo a questa protesta (chi voleva fare un esame in più?), poi ricordo che al liceo alcuni professori ci fecero notare un punto: che male c’è se una valutazione viene fatta in modo uniforme a livello nazionale? Nessuno. Il punto è che a essere valutati nelle Invalsi sono stati gli insegnanti stessi. Sempre sulla stessa scia si collocò la questione dei “presidi sceriffi” della “Buona Scuola” di Renzi, per cui un preside era libero di fare ciò che voleva degli insegnanti (non è vero, ma la si voleva far passare così). Nuovamente, un altro elemento di valutazione alla figura del docente.
Allora torno su questo punto: che male c’è? Altrove, infatti, accade esattamente così. In qualsiasi lavoro nel privato sono responsabile verso il mio capo o verso le risorse umane; i capi saranno responsabili verso i vertici più alti di un’azienda, se presenti; un consiglio di amministrazione è responsabile verso un’assemblea dei soci; un’azienda è responsabile verso gli azionisti. La qualità del lavoro viene valutata e giudicata continuamente. Soprattutto, non credo di poter fare circa 20 anni di assenze su 24 di lavoro, a meno che sia un raccomandato, ovviamente.
E’ questo ciò che manca nel Pubblico Posto Fisso: la responsabilità, l’essere accountable verso qualcuno. Non è tanto l’essere stabile di per sé che produce degenerazioni, non è che la soluzione è il precariato. Ho citato prima la Buona Scuola di Renzi, ai tempi la cancellazione dell’articolo 18 era presentata come un’opportunità per cambiare lavoro più frequentemente; tutta propaganda, ovviamente. Anche perché, se cambio lavoro frequentemente, ho più opportunità di chiedere un aumento di stipendio, cosa che non conviene a molti datori di lavoro; questo via via anche il mondo italiano lo sta scoprendo, infatti i laureati sono giudicati come pretenziosi (ed è giusto, sacrosanto, legittimo e logico esserlo). Il male dietro il PPF è la mancanza di accountability, di responsabilità verso qualcosa o qualcuno. Ho portato il caso degli insegnanti perché mi trovo in un contesto di insegnamento, ma lo stesso si estende qualsiasi contratto nel settore pubblico. La differenza è che posso anche tollerare di aspettare di più per una pratica burocratica (in realtà non è affatto tollerabile, la burocrazia stritola le imprese, ma tornerò su questo argomento durante un’altra filippica). Tuttavia, non è affatto tollerabile che generazioni di studenti siano rovinate da lassisti.
Quindi, riformate il Pubblico Posto Fisso, introducete degli schemi di valutazione ad interim, aggiungete accountability. Sicuramente ci saranno proteste ma nel lungo termine il sistema ne beneficerà.
Per recuperare l’articolo sulle proposte di riforma della scuola (giuro che prima o poi scrivo quello sull’università):





