Leopardi non merita di essere ricordato solo per il pessimismo antropologico. Sicuramente una parte della sua produzione letteraria è improntata su questo concetto, che è stato preso e ripreso più volte dalla critica letteraria; ricordarsi solo di questo sarebbe come ridurre Picasso solo al periodo blu, solo al periodo rosa o solo al cubismo, senza vedere la sua evoluzione artistica. Tornando a Leopardi, prendete La Ginestra, è davvero peccato che in passato non se ne desse abbastanza importanza nelle scuole. Parlando di componimenti più celebri, come fate a definire L’Infinito una poesia improntata sul pessimismo? E’ l’esaltazione della capacità della mente umana di andare oltre il visibile, di immaginare mondi incredibili solo con il potere dell’immaginazione. Chiaramente premetto che non studio letteratura, l’articolo di oggi è una mia personale lettura di questa poesia. Davide, ma seriamente ci parli di Leopardi nella Clessidra? Non scrivi di tecnologia e società come di consueto? No, questo è il mio blog personale e voi lo leggete gratis, quindi siete liberissimi di non procedere. Per tutti gli altri che rimarranno, buon viaggio.
I primi versi descrivono ciò che Leopardi vede. Lo possiamo immaginare seduto su una collina isolata in una bella giornata primaverile, mentre dice:
Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
e questa siepe, […]
Anche voi avrete sicuramente un luogo del cuore che vi piace guardare e riguardare, per me è la zona del trapanese di Scopello e in generale il mare. In particolare, ciò che fa la siepe è bloccare la vita del panorama:
e questa siepe, che da tanta parte
dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.
La siepe blocca lo sguardo di ciò che c’è dall’altra parte di essa.
A questo punto si attiva la mente e l’immaginazione, che non si limita al mondo circuito dalla siepe. Il mondo va ben oltre il nostro orizzonte visivo, per cui scrive:
Ma sedendo e mirando, interminati
spazi di là da quella, e sovrumani
silenzi, e profondissima quiete
io nel pensier mi fingo, ove per poco
il cor non si spaura. […]
Non ho voluto riportarvi i versi spezzati perché penso che vadano letti tutti d’un fiato. Adesso però mi focalizzo punto per punto. Dapprima due verbi indicano uno stato, sedendo, e un’azione, mirando. Il gerundio è un tempo indefinito, possiamo dunque parafrasarli in diverso modo: Ma mentre sedevo e osservavo, oppure Ma dato che ero seduto e osservavo, ecc… E’ necessario dare un significato? Assolutamente no. Leopardi stesso nello Zibaldone sostiene che il poetico nasce proprio dall’indefinito e dal vago. Qualsiasi parafrasi che provi ad esplicitare il significato dei due verbi tronca inevitabilmente il senso poetico.
Seguono dei complementi oggetti; riferiti a cosa? Posso intendere per esempio Ma sedendo e osservando infiniti spazi al di là della siepe, e sovrumani silenzi, e profondissima quiete, io mi figuro dentro il mio pensiero, come se gli spazi, i silenzi e la quiete siano oggetto del guardare; in alternativa, posso comprendere i versi come Io, dentro il mio pensiero, mi immagino infiniti spazi al di là della siepe, e sovrumani silenzi, e profondissima quiete, sedendo e guardando. Nuovamente, il senso poetico è portato proprio dall’indefinitezza con cui i versi sono costruiti. In ogni caso, è importante la relazione tra l’io lirico (Leopardi) e la siepe: questa blocca la vista ma il pensiero va oltre il limite contrapposto. L’immaginazione ci porta bel oltre l’orizzonte delimitato dalla siete, a tal punto che:
[…] over per poco
il cor non si spaura. […]
Ovvero, questi spazi e la quiete e il silenzio sono così immensi che quasi il poeta si perde d’animo, si perde di coraggio. Leggo qui un’ambivalenza nella nostra relazione con la libertà, perché da un lato corrisponde a infinite possibilità, dall’altro può disorientare. Ma il verso non termina con non si spaura:
[…] ove per poco
il cor non si spaura. E come il vento
odo stormir tra queste piante, […]
Subito parte il vento, dopo la dichiarazione di possibile paura, il poeta si focalizza sul suo suono:
[…] E come il vento
odo stormir tra queste piante, io quello
infinito silenzio a questa voce
vo comparando: […]
E come sente il vento stormire tra le fronde delle piante, compara quell’infinito silenzio immaginato prima con la sua voce:
[…] e mi sovviene l’eterno
Da qui compaiono le immagini dell’eternità del ciclo delle stagioni:
e mi sovvien l'eterno,
e le morte stagioni, e la presente
e viva, e il suon di lei. […]
Nella mente sopraggiunge dunque l’eterno, le stagioni passate, la stagione attuale e il suo suono, che è forse proprio quel rumore del vento. All’inizio dell’articolo ho immaginato Leopardi sul colle in primavera ma non abbiamo indicazioni sulla stagione esatta. Forse sente il fruscio del vento tra foglie autunnali, forse il vento un po’ più pesante dell’inverno, forse una brezza primaverile, forse un lieve scirocco estivo: vale tutto, è il potere dell’indefinito.
[…] Così tra questa
immensità s'annega il pensier mio:
L’immagine qui evocata è molto forte, si parla di annegare, di certo non una sensazione piacevole. Se la poesia terminasse qui, prevarrebbe l’immagine della libertà che disorienta, a tal punto da generare un annegamento. Tuttavia, il tono cambia immediatamente con il verso successivo:
[…] Così tra questa
immensità s'annega il pensier mio:
e il naufragar m'è dolce in questo mare
All’immagine di distruzione dell’annegare viene affiancato il naufragar […] dolce, per cui perdersi nel pensiero diventa estremamente piacevole, quasi un godimento.
Rileggete adesso la poesia per intero:
Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
e questa siepe, che da tanta parte
dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
spazi di là da quella, e sovrumani
silenzi, e profondissima quiete
io nel pensier mi fingo, ove per poco
il cor non si spaura. E come il vento
odo stormir tra queste piante, io quello
infinito silenzio a questa voce
vo comparando: e mi sovvien l’eterno,
e le morte stagioni, e la presente
e viva, e il suon di lei. Così tra questa
immensità s’annega il pensier mio:
e il naufragar m’è dolce in questo mare
Qual è il soggetto? Il pensiero, la siepe, il naufragare, l’io lirico? Lo chiarisce il titolo:
L’infinito
Cos’è allora infinito? Sono infinite le stagioni che si alternano? E’ infinito lo spazio oltre la siepe? E’ infinita l’estensione del pensiero? Non importa in realtà, perché la poeticità è data proprio dall’indeterminatezza.
Disse il regista David Lynch, recentemente scomparso, che i migliori film sono quelli che suscitano in noi pensieri ed emozioni anche giorni dopo che abbiamo lasciato la sala. Così voglio chiudere questo articolo, invitandovi a frequentare di più il vostro posto del cuore e a perdervi nell’immensità dei pensieri che vi suscita.
Immagine di copertina: “A Boy’s Dream” (Il sogno di un bambino"),Dana Mallon, Acquerelli, inchiostro e penna, 2016
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