Qualche anno fa c’era una pubblicità di una signora in vasca da bagno che ricordava con malinconica nostalgia l’idromassaggio della crociera fatta qualche settimana prima. Era una pubblicità davvero geniale, stuzzicava le emozioni dello spettatore, penso che a chiunque sia capitato di percepire come remote le ferie, una volta rientrati nel frullatore quotidiano. Ultimamente mi è capitata la stessa cosa pensando al Texas. La particolarità nel mio caso è che lì frequentavo una summer school, studiavo otto ore al giorno scienze computazionali dei materiali, mi svegliavo quasi sempre alle 6 per preparare delle presentazioni per l’Italia e mi trattenevo sino alle 19 o alle 20 per concludere il lavoro. Non era una vera e propria vacanza, eppure mi manca, quasi quasi come l’idromassaggio per la signora della pubblicità. Vi racconterò oggi il perché e il motivo non è il mio stacanovismo.
Parto dal perché mi trovassi lì. La mia università ha dato degli incentivi di internalizzazione e io ho cercato conferenze o corsi all’estero per arricchire il mio curriculum, così ho trovato questa esperienza. Sapevo che sarebbe stato difficile, ogni giorno affrontavamo argomenti molto complessi e lo stile di studio all’estero è completamente diverso dall’Italia. Mentre in Italia siamo abituati ad avere una corrispondenza quasi totale tra ciò che spiega il professore e ciò che si deve studiare a casa, all’estero a lezione si vede un cenno dell’argomento, poi devi essere tu a casa a studiare tutto il resto. Sono due modelli molto differenti, non dirò qui quale preferisco o quale penso sia più efficace, magari vi racconterò meglio in futuro, scrivetemi se siete curiosi. In ogni caso, durante la summer school di mattina c’era la lezione frontale e di pomeriggio venivano assegnati esercizi. Il diploma era dato solo se si completavano tutti i compiti di tutti i giorni, dovevamo caricare i risultati in un computer remoto. Devo dire che ho imparato veramente tante cose, modelli matematici di frontiera e molti altri concetti nuovi. In ogni caso, era difficile seguire, io personalmente posso dire di essermela cavata, anche perché partivo da un’ottima base; l’università italiana prepara meglio dell’estero, a dirlo non sono solo io, il problema dell’Italia è che poi ci perdiamo dopo in scemenze e sprechi.
Consegna dei diplomi in un ristorante brasiliano, quell’asado me lo sogno ancora la notte.
Se la scuola era impegnativa e io lavoravo anche extra per dei progetti per l’Italia (ho avuto videocall anche alle 6.30 del mattino a orario mio), perché mi manca il Texas? Perché ho sperimentato una sensazione che forse solo gli esploratori del nuovo mondo avevano, o che io ho sentito poche altre volte in vita mia: un’orizzonte limpido.
Hitchcock una volta disse che per lui la definizione di felicità era un orizzonte limpido. Vi riporto la traduzione del discorso e vi lascio sotto l’intervista dove lo raccontò, soffermatevi sulla calma serafica con cui pronunciò queste parole:
Un orizzonte limpido, nulla di cui preoccuparsi sul tuo piatto [inteso, di fronte a te], solo cose che sono creative e non distruttive dentro di te. Dentro di me non posso sopportare il litigio e non sopporto le emozioni negative tra le persone. Penso che l’odio sia energia sprecata e che non sia produttivo. Sono molto sensibile. Una parola pungente, detta da una persona con un certo carattere, se è vicina a me, mi fa male per giorni. Lo so che siamo umani, viviamo emozioni contrastanti, chiamale anche negative, ma quando queste sono rimosse e puoi guardare avanti, e la strada di fronte a te è spianata, adesso sai che stai per creare qualcosa. Penso che questo sia quanto più felice che io possa desiderare.
In Texas tutto è più grande e costa meno dell’Italia: le case costano meno, automobili sportive usate da due anni e ben conservate si vendono a circa 4000 dollari, il cibo costa meno (sia nei supermercati, sia mangiando fuori), la benzina costa meno. Ci sono ovviamente altri aspetti negativi, ne ho parlato nelle scorse settimane, ma il costo della vita è più basso e gli stipendi molto più alti. La classe lavoratrice media è ancora forte economicamente, non è impoverita all’osso come da noi. L’impressione che avevo in Texas era dunque quella di una strada spianata dove tutto fosse più comodo e fattibile. Sarà che comunque ero lì da dottorando di ricerca in ingegneria aerospaziale, quindi partendo da una posizione estremamente richiesta e molto privilegiata, ma il confronto con il frullatore quotidiano che vivo in Italia non regge. Voglio esagerare, per un ingegnere siciliano come me, il Texas era quasi la terra promessa, un luogo che desse senso agli sforzi di studio fatti, cosa che invece in Italia vedo meno (o non vedo affatto), dato che le case sono molto più care, la benzina costa cara, le automobili usate da due anni costano tanto quanto le nuove (e comunque più del Texas) e quelle sportive irraggiungibili, il cibo costa di più (però in Italia è più buono e salutare, innegabile) e la benzina ha prezzi improponibili. A Torino non ho un’automobile e vorrei comprarla, poi ogni volta che passo di fronte a un distributore di benzina, o cerco occasioni su Subito.it, mi passa il desiderio. Qualche giorno fa ho letto questa frase: “Vado a lavoro per pagarmi la benzina per andare a lavoro”. L’impressione che mi ha dato il Texas in questo viaggio è di essere un posto dove i lavoratori sono ancora gratificati, nonostante tutto. Probabilmente era una visione parziale e distorta dovuta al contesto dove mi trovavo ma la mia percezione era quella. Ho conosciuto ragazzi indebitati sino al collo, perché negli Stati Uniti è normale chiedere un debito per ripagarsi gli studi (vi racconterò prossimamente); al tempo stesso, vedevo nei loro occhi un senso di ottimismo che qui in Italia perdiamo una volta compiuta la maggiore età, forse le nuove generazioni anche prima. Da cosa deriva questo? E’ solo una questione di narrazione? In altre parole, gli americani se la cantano e se la suonano bene, mentre noi siamo pessimisti? Non credo onestamente, perché se ci sono forti problemi di fondo (e il costo della vita è uno di questi), riesci a illuderti sino a questo punto.
Quando vado all’estero, mi capita di pensare “Bello, ma non ci vivrei”. In Texas per la prima volta ho pensato “Bello, qui ci vivrei”. Di contro, di fronte a un orizzonte libero, il timore che ho è quello di perdermi, o di ricadere negli stessi errori che faccio in Italia. Immagino conosciate la storia de “Il fu Mattia Pascal” di Pirandello (leggete il libro integrale, è una perla), l’uomo che ha occasione di rifarsi una nuova vita perché creduto morto ma ricade sempre negli stessi impicci del suo sé passato, sino a estraniarsi dal mondo come unica alternativa. Io credo che Mattia Pascal ignorasse la differenza tra stimoli interni ed esterni. Riprendo il discorso della scorsa settimana (e ve lo lascio in calce, se lo dovete recuperare), il nostro umore è influenzato da elementi a noi interni (ricordi, l’inconscio) e dal mondo esterno che ci circonda. La mia lettura di Mattia Pascal è la seguente: egli migliora significativamente le proprie condizioni esterne, ma i suoi nodi irrisolti interni lo portano sempre agli stessi errori, per cui alla fine non conclude nulla. Chiunque ha dei nodi irrisolti interni, ma a volte mi chiedo: e se il mondo esterno fosse diverso, io come mi sentirei? Se vivessi in un mondo più semplice, starei meglio o mi cercherei problemi in quanto sono una persona abituata ai problemi? Credo che sia una domanda millenaria a cui è molto difficile dare risposta. Nel mio caso, per ciò che vivo negli ultimi tempi, penso che starei molto meglio nell’orizzonte limpido di Hitchcock. E auguro anche a voi che sia così.
Recupera qui la riflessione della scorsa settimana:
Video di Hitchcock:




