Oggi parliamo di identità, di ciò che definisce me in quanto Davide e che rende Davide diverso dagli altri. Il modo con cui pensiamo e ragioniamo è ciò che ci definisce e che ci rende unici. E’ la nostra impronta emotivo-razionale unica e univoca, nasce del passato, di processi biologici interni, dell’ambiente che ci circonda e delle nostre decisioni. Lasciatemi spiegare (e lasciatevi trasportare).
Una visione che mi affascina da sempre è pensare al mio corpo come un tutt’uno con l’ambiente circostante, soprattutto per i pensieri. La tradizione occidentale porta in sé una dicotomia netta sempre tra due elementi: corpo e anima; bene e male; io e il mondo. Riguardo il mondo, in realtà a ben pensarci i confini sono fisicamente sfumati (o inesistenti del tutto). Pensiamo a quando diamo una stretta di mano, provate a visualizzare ciò che state per leggere: le mie cellule stanno toccando le cellule dell’altra persona, sento il suo calore fluire verso di me (o il mio calore andare lontano da me, se tocco una mano fredda), percepisco la contrazione dei suoi tendini e rispondo a mia volta. Gli atomi non si scambiano mai, pelle morta e batteri sì (lavatevi sempre le mani, per bene). Al di là delle sensazioni fisiche, trovo ancora più affascinante pensare a ciò che accade nella mia mente durante il gesto. Durante la stretta di mano stiamo conoscendo l’altra persona, associamo la forza esercitata a un messaggio del corpo. Una fonte di luce esterna (magari il Sole, magari una lampada) colpisce le cellule dell’altra persona, la sua figura è composta da colori dati dai fotoni riflessi con diverse lunghezze d’onda. Quei fotoni arrivano ai miei occhi, l’occhio convoglia la luce verso la retina, la retina trasmette un impulso al nervo ottico e dentro la mia mente si crea l’immagine della persona. L’immagine è accompagnata dalla sensazione fisica del tocco delle mani, per cui coordino i tendini di polso e mano, so quando iniziare a stringere, quando scendere su e giù e quando staccarmi. Tutto ciò sta accadendo nel medesimo istante dal punto di vista dell’altra persona: la luce irradia le mie cellule, i fotoni colpiscono il suo occhio, eccetera. Ciò che avviene è un flusso di eventi continuo, così come è continuo il flusso di informazioni nella mia mente. Di fatto, non c’è una vera separazione tra io e il mondo circostante, il mondo inizia a esistere nello stesso istante in cui io lo penso. Cogito, ergo sum. La mia identità cognitiva è dunque influenzata dall’ambiente circostante.
E così come comunichiamo ininterrottamente con l’esterno, altri spunti vengono dal nostro interno, dai nostri pensieri, dai sogni. Gli ormoni regolano gli impulsi dei neuroni, le ghiandole del nostro corpo li secernono di continuo, secondo ritmi influenzati o meno dal cervello. Anche la visione stessa del cervello che comanda il corpo è messa in discussione oggi, probabilmente è figlia di quella dicotomia corpo-anima di cui vi dicevo all’inizio. Pensate che l’intestino contiene circa 500milioni di neuroni, che sono pochissimi rispetto agli 86miliardi del cervello, ma comunque importanti. Se ho avuto una brutta giornata e mi è passato l’appetito, chi lo ha deciso? Il cervello o l’intestino? Probabilmente nessuno dei due, oppure entrambi insieme. La mia identità cognitiva è dunque influenzata dal mio corpo.
Avrete letto che ognuno di noi ha una parte al di là del nostro io cosciente, quasi un io dentro il nostro io, un inquilino sgradevole che in realtà è il vero padrone di casa secondo Freud, ovvero l’inconscio. Personalmente mi piace chiamarlo non-conscio o alter-ego, con un po’ di licenza poetica che gli amici psicologi e psicanalisti mi concederanno. Questo perché vedo l’inconscio come tutto ciò di cui io non sono cosciente (non-conscio), ma anche una figura diversa da ciò che credo di essere (alter-ego). Alcuni parlano di diverse personalità, il concetto è quello. Chissà, forse una di queste personalità è influenzata da quei 500milioni di neuroni del mio intestino (sotto Natale sicuramente). La mia identità cognitiva è dunque influenzata dall’inconscio.
Vi ho parlato del flusso di informazioni e impulsi continuo tra me e il mondo esterno, con l’entrata in scena del non-conscio la situazione si complica ulteriormente. Anzi, più che diventare complicata, è complessa. “Complicare” viene dal latino “cum + plico”, ovvero con delle pieghe; dice la Treccani che è complicato qualcosa che potrebbe essere invece semplice, che deriva a sua volta da *sem «uno, uno solo» (cfr. semel) più *plek, presente in plicare «piegare», dunque senza pieghe. Invece con complesso ci si riferisce a «qualcosa che risulta dalla connessione di più parti o elementi […] Dire, perciò, ad esempio, che un argomento è complesso vuol dire ammettere che l’argomento presenta, magari, non una sola, ma più cause interdipendenti» (articolo completo qui). Riprendendo, i nostri pensieri nascono dall’interazione di noi verso il mondo e dal confronto di parti di noi con parti di noi. Bella confusione, direte voi, e vi credo anche. Siamo fatti così, diceva la canzone del cartone animato. E se siamo tormentati da un pensiero brutto, o abbiamo un pensiero fisso, di chi è la colpa? Per il discorso fatto, non c’è probabilmente un unico responsabile. Allora, da chi dipende principalmente la mia identità cognitiva?
La risposta è che è impossibile separare l’influenza dell’ambiente da quella dell’inconscio o del corpo. Non si può fare una vivisezione di come nascono i pensieri, gli studiosi non sono nemmeno d’accordo una definizione univoca di coscienza. Siamo così e basta, esseri senzienti che vivono un mondo, hanno dentro di sé una rappresentazione del mondo e che modificano a proprio piacimento quel mondo. Le nostre azioni sono frutto di pensieri, i pensieri nascono dall’ambiente circostante, dal nostro passato e da come lo ricordiamo. Un conto sono gli eventi come sono accaduti, un altro come li abbiamo vissuti. Ognuno di noi porta con sé un passato emotivo che non coincide con l’ordine logico e cronologico degli eventi; soprattutto, cambia da persona a persona. Questa è la nostra identità cognitiva, la nostra capacità di ricevere impulsi e rielaborarli di continuo, sotto forma di pensieri, emozioni e azioni.
Può capitare comunque che sentiamo attrito tra le nostre parti, che ci troviamo in contesti che non ci piacciono, o che siamo indecisi di fronte a scelte difficili. La complessità è parte della vita e va abbracciata. Una cosa che ho capito nel tempo è che non esistono pensieri “sbagliati”, nonostante possiamo stare male per ciò che pensiamo. Non esistono pensieri sbagliati, lo ribadisco. Quando abbiamo un chiodo fisso in testa, il problema non è quel chiodo ma ciò che ci porta ad avere quel chiodo. In altri termini, è più porsi il problema che il problema in sé.
Per buona parte della mia vita sono stato pessimista, mi ricordo che lo diventai da bambino quasi per scelta, avevo sempre il broncio. Mi ricordo distintamente che portavo un atteggiamento negativo solo perché avrei apprezzato la sorpresa nell’essere smentito. Essere pessimisti, però, porta a delle scelte pessime il più delle volte. A volte ho l’impressione che la mente si cibi dei suoi stessi pensieri: se ho pensieri negativi, attrarrò situazioni negative, che porteranno ad altri pensieri negativi. E’ la mia personale definizione di karma, ovvero se fai del bene alle altre persone, vuol dire che sei predisposto al bene e verso il bene tenderai; non credo che esista un’entità esterna che ti dia benessere e fortuna, sei tu ad attrarre benessere e fortuna. Poi per carità, tutto può accadere; la parola fortuna stessa in latino significa caso, noi siamo giocati dal caso più di quanto immaginiamo.
In ogni caso, il mondo che ci circonda può essere influenzato dalle nostre scelte. Spesso uso l’espressione di imprimere la mia volontà sulla mia vita e credo sia la più nobile attività che possiamo fare. Pretendere di scegliere un’identità cognitiva è folle. Al tempo stesso, possiamo assecondare dei nostri bei sogni, migliorare le nostre condizioni di vita, fare attività piacevoli, sentirci meglio.
Questo articolo è diverso dal solito, i lettori affezionati forse se ne sono accorti, è un flusso di coscienza di fatto. Avevo bisogno di farlo, perché tante cose stanno cambiando ultimamente. Per quel principio di l’uomo è ciò che immagina, ultimamente ho ripreso a sognare in grande, a sognare cose assurde e bellissime, e il mio umore quotidiano è migliorato notevolmente. Mi sento molto più fortunato. Vi consiglio di provarci.


