Proposte incendiarie per distruggere l'istruzione e ricostruirla da capo, Parte 1
Mettiamo i puntini sulle "i" di ciò che serve imparare a scuola
Cari lettori,
scrivo un primo articolo su tutto ciò che a mio avviso non va nella scuola italiana, e su cosa dovremmo fare invece. Scriverò la prossima settimana anche sull’università, la settimana dopo ancora invece entrerò a gamba tesa su come l’Intelligenza Artificiale può aiutarci per togliere la muffa che ormai racchiude il campo della formazione in Italia. Sicuramente molte persone si arrabbieranno ma non mi importa: ciò che sto per dirvi, andava detto. Buona lettura.
Le tecnologie informatiche evolvono con grande velocità oggi, ma quanto sono veloci nell’evoluzione? Provo a fare un paragone automobilistico. Ho creato un grafico con l’evoluzione delle velocità raggiunte dalle automobili comprabili da un privato nel tempo. Come vedete, c’è una progressione lineare, direi sostenibile.
Provo invece a quantificare la velocità di un singolo processore informatico, sempre con lo stesso criterio. L’unità di misura usata è il MegaHertz. Si vede che, secondo la nota legge di Moore, ogni anno la massima potenza computazionale è quasi raddoppiata. Da notare che ho usato una scala logaritmica sull’asse y, che “appiattisce” i dati esplosivi, spiegato in modo semplice. In realtà i computer sono diventati ancora più veloci integrando nuove architetture ma non entrerò nei dettagli.
Per capire però quanto è veloce l’evoluzione del computer, bisogna unire i due grafici (dagli anni ‘60 in poi). Paura, eh?
Se lavori nelle discipline scientifiche, questa nota è di tuo interesse, altrimenti puoi saltarla. Ho unito i due grafici normalizzando rispetto alla prima velocità registrata, per riportare i dati in maniera adimensionale e renderli confrontabili. Fine della nota da nerd.
Il ritmo di evoluzione dei computer è esponenziale, mentre il ritmo delle auto è lineare. Nel 2017 un singolo processore era più di 500 volte più veloce del primo del 1982, mentre la massima velocità che posso raggiungere in auto è solo 1.5 volte superiore (forse il costo delle auto, del bollo e della benzina è 500 volte superiore, ma questo è un altro discorso). Al confronto, oggi dovrei avere un’auto che fa i 151.500km/h, che è 5 volte la velocità media di orbita della Stazione Spaziale Internazionale (circa 27.000 km/h).
Ciò determina profondi cambiamenti nella nostra società, perché essa vede una componente fondamentale nell’informatica. Per esempio, abbiamo bisogno di reti di internet sempre più veloci, mentre per le automobili le strade a disposizione tutto sommato ci bastano (anche se si potrebbe fare molto meglio, soprattutto a livello di manutenzione, soprattutto in Sicilia).
Inevitabilmente, anche i curriculum scolastici devono adeguarsi ai cambiamenti della società. Sia chiara una cosa, che è il punto fondamentale dell’articolo di oggi. Io non credo che la scuola debba avviarti al mondo del lavoro: l’istruzione non serve per lavorare, la scuola non è serva del lavoro. Invece, la scuola serve a imparare a imparare e l’istruzione deve renderti un cittadino perfetto. Intendo la “perfezione” come i greci antichi, ciò che è “perfetto” è compiuto, non ha bisogno di nient’altro. La scuola deve fornire gli strumenti minimi indispensabili per orientarti nel mondo degli adulti. Secondo il mio personale giudizio, ciò include: lettura e scrittura in due lingue, calcolo matematico, comprensione avanzata del testo, nozioni minime di economia, conoscenza delle leggi e del diritto, sviluppo dell’intelligenza emotiva, sviluppo di capacità psicomotorie e soprattutto la capacità di studiare in autonomia. Questi sono gli strumenti essenziali per orientarsi nella vita adulta, il resto è accessorio. Vi spiego il perché e sono pronto a litigare se necessario.
Voglio essere drastico: il latino, la letteratura inglese, la letteratura italiana, la filosofia, la storia, i Promessi Sposi non servono in sé e per sé; servono solo se finalizzati ad acquisire le competenze di cui sopra. Un paio di polemici esempi:
Se conosco benissimo la storia dei Promessi Sposi ma non ho interiorizzato la riflessione finale sul Male, con Renzo che spiega ai figli cosa ha imparato e Lucia che osserva che il male non lo ha cercato, allora la scuola ha fallito.
La stessa cosa vale con Hegel, Arendt, Aristotele o Platone: se lo studio dei pensatori non mi ha portato a sviluppare in autonomia il mio pensiero, allora la scuola ha fallito.
Lo stesso si può dire sull’analisi matematica: se so fare benissimo uno studio di funzioni ma non ho compreso la differenza di andamento tra lineare ed esponenziale, che vi ho illustrato prima, allora la scuola ha fallito.
Idem per il latino: se conosco benissimo la letteratura antica ma ho difficoltà a comprendere delle frasi scritte secondo una struttura logica diversa da quella in cui sono madrelingua, allora la scuola ha fallito.
Se conosco bene la legge di Ohm in fisica ma non ho capito come funziona e l’importanza del metodo scientifico (da cui castronerie sui vaccini, ne stiamo leggendo a iosa sull’hantavirus, altro che “Ce la faremo” del covid), allora la scuola ha fallito.
Le capacità finali sono quelle elencate, il resto viene dopo. Prendendo come esempio le lingue, la mia mente deve essere in grado di esprimere un concetto secondo sia la struttura posizionale e preposizionale dell’italiano, sia secondo la struttura paradigmatica e flessiva; che poi studi il latino o il tedesco per raggiungere la seconda, è completamente indifferente.
Ciò che ho visto io da studente sino al liceo e che vedo dilagare in maniera preoccupante è che vengono impugnate le nozioni come clava con cui prendere a badilate gli studenti, mentre sfugge completamente che quelle nozioni devono essere un mezzo per sviluppare delle competenze più generali. Alzi la mano a chi è tornato utile ricordarsi la formula del quadrato del binomio in sé e per sé, attendo risposte. Invece, sono molto più utili le competenze logiche che nascono dallo studio della matematica, non la formula del binomio in sé. Io ho avuto una buona istruzione frequentando le scuole pubbliche. Ho capito subito perché è giusto pagare le bollette della luce elettrica per 12 mesi di una casa vacanze dove sto solo 1 mese all’anno, anche se nessuno me lo ha formalmente insegnato.
(Piccola digressione, se non sapete il perché sulla domanda di prima, noi paghiamo una quota variabile in base a quanto consumiamo e una fissa che corrisponde alla libertà di accedere al servizio. Pago la possibilità di accendere e spegnere la luce quando voglio. Il costo è ripartito su tutta la rete nazionale, è una maniera di equalizzare l’accesso delle risorse, altrimenti le compagnie elettriche investirebbero solo nelle grandi città dove farebbero grandi affari e non nelle zone remote. Paghiamo il diritto di avere luce sempre. La stessa cosa vale per il canone Rai, pago la possibilità di vederla, solo che personalmente pagarla mi fa arrabbiare un sacco. Fine della digressione).
La potenza della scuola è che nel mio caso mi ha insegnato a imparare da solo. Gli studi matematici mi hanno reso indipendente nell’imparare nuove cose di economia, come gli studi di filosofia mi hanno reso indipendente nell’imparare i minimi meccanismi politici. Studiare approfonditamente Dante e Manzoni mi ha permesso di non farmi prendere dal naso dai discorsi vuoti di politici, perché comprendo subito quanto siano aria fritta. E in questo la scuola ha stravinto. Più che esame di maturità, dovrebbe essere chiamato esame di autonomia, perché questo deve essere il fine ultimo della scuola: renderti autonomo.
Poi è venuto il mondo del lavoro. Nessuno a scuola mi ha insegnato a calcolare il rischio di rottura nei materiali compositi aeronautici, attività tramite la quale porto il pane a casa; l’ho imparato perché guidato all’università, la scuola mi ha dato competenze per sviluppare altre competenze per lavorare.
Quando avete trovato parti ripetitive in questo discorso, sappiate che sono volute. La scuola vince se consente all’adulto di orientarsi perfettamente nel mondo dopo la scuola stessa. Questo vale sia per i licei, sia per gli istituti tecnici. Nessuno studente di un istituto di elettronica esce formato sulle ultimissime tecnologie in campo elettronico, ma appena entra in un’azienda che fa manutenzione, può mettersi al passo.
Concludo con un punto importante. La risposta in voga alla presunta inutilità della scuola attuale è che, tutto sommato, studiare certe cose non serve, bisogna essere più orientati al mondo del lavoro. Trovo questo una cavolata tanto rischiosa quanto il primo approccio. Infatti, il mondo sta cambiando con la velocità dei processori informatici che ho indicato sopra a inizio articolo, non con la velocità delle automobili. Le nozioni peculiari sul mondo del lavoro impartite a scuola rischiano di essere desuete già il giorno dopo la maturità. Invece, le competenze restano e sono ciò che mi consente di adattarmi ai cambiamenti disorientanti della vita.
Per questo motivo la scuola serve a imparare a imparare, deve dare gli strumenti minimi per orientarsi, per essere autonomi.
Adesso voglio fare una nota incendiaria, come da titolo di questo primo articolo. Impostare l’istruzione in modo tale da seguire il modello che vi ho detto è molto difficile. Richiede un enorme impegno dei docenti e corsi di formazione e i docenti lo fanno, ho amici neo-maestri e neo-professori che studiano e stanno studiando veramente tanto. Solo che io, a costo di farmi nemici, lo dico apertamente: penso che chi non è disposto ad accogliere questo impegno, deve smettere di insegnare. Non parlo di un discorso di vecchie e nuove generazioni, è un problema comune a tutti. Io ho avuto insegnanti eccellenti, che mettevano il cuore e la passione nel loro lavoro, e altri veramente scansafatiche. Mi dispiace umanamente ma nel tempo ho maturato questa idea, la seconda categoria deve sparire, la posta in gioco è troppo alta. E l’insegnante che si impegna merita di essere pagato anche il doppio di adesso, ma di questo abbiamo già parlato qui.





