Bisogna pagare il triplo insegnanti, ricercatori e professori
Al diavolo retoriche sulla "vocazione", questa è l'unica cosa giusta da fare
La società italiana di oggi è dominata dal libero mercato e da principi neoliberisti, dove i soldi sono importanti, che ci piaccia o meno. Sono gli effetti di anni di cultura imprenditoriale promossa dai media e accelerata dai social network di stampo capitalista, che ci piaccia o meno. Parto da questa constatazione per dimostrare che insegnanti e personale di ricerca, oggi, andrebbero pagati almeno tre volte tanto, anche quattro o cinque volte in più in tutta onestà. Mi riferirò all’ambiente universitario perché è quello che conosco meglio, in quanto dottorando di ricerca e vice-coordinatore di ADI Torino (Associazione Dottorandi e Dottori di Ricerca in Italia) ma credo che il ragionamento possa essere esteso anche al mondo della scuola e agli enti di ricerca. Preciso che questa è una mia riflessione personale, non parlo a nome dell’associazione o dell’ateneo dove lavoro.
Parlare di stipendi è sempre delicato. Quanto guadagniamo al mese rientra nelle conversazioni nell’ambito delle cose “private”; nessuno chiederebbe a un semi-sconosciuto di quali malattie soffre o che rapporto ha col padre, allo stesso tempo, nessuno chiederebbe quanto guadagna. Vi racconterò brevemente il cursus honorum della carriera universitaria in Italia, passerò poi al perché il sistema attuale è marcio dentro ed è destinato al collasso.
Per iniziare a fare ricerca (sia in accademia, sia in un centro di ricerca), serve avere il dottorato. Il percorso di dottorato di ricerca dura 3 anni (a volte 4, dipende dall’Università) ed è il più alto livello di formazione universitario, si parla infatti di insegnamento universitario di III livello (I livello sono le triennali, II livello le magistrali, III livello dottorati e/o scuole di specializzazione, come in Medicina).
Dopo il dottorato c’è un periodo di contratti a tempo determinato, dove vi sono varie possibilità: borsa di ricerca, incarico di ricerca, incarico post-doc, contratto di ricerca; si aggiungono ancora figure che vengono dalle vecchie leggi, ovvero la figura di ricercatore a tempo determinato di tipo A e gli assegni di ricerca.
Se non siete dentro il settore e non avete capito niente, non preoccupatevi: nessuno ha mai capito niente, si cerca di fare chiarezza (qui una guida) ma, in fondo in fondo, l’attuale riforma del pre-ruolo è concepita male e scritta peggio.
Al termine di questo periodo di contratti a termine, si può diventare Ricercatori a tempo determinato “Tenure Track” (RTT). Conseguendo poi l’Abilitazione Scientifica Nazionale (i cui criteri cambieranno prossimamente, ma sostanzialmente, devi aver fatto ore di insegnamento e devi aver prodotto pubblicazioni scientifiche), si diventa Professori Associati; infine vi sono i Professori Ordinari.
I vari passaggi sono organizzati da concorsi per lo più ma non entrerò in dettaglio di ciò. Come vedete, è una strada molto in salita. Io di per sé non vedo nulla di male in ciò, anzi, è giusto avere un cursus honorum. E’ necessario che ci siano dei passaggi intermedi e degli ambienti isolati in cui la persona può sperimentare cose nuove. Un neolaureato non può insegnare ed essere professore, per quanto preparato sia. Un conto è conoscere gli argomenti (e spesso il neolaureato ha solo un’infarinatura della complessità di una materia), un conto è padroneggiarli, un livello ulteriore è saperli spiegare. Ci vogliono anni per diventare un buon professore ed è giusto avere dei piccoli ambienti di prova, che siano tutoraggi, esercitazioni in aula, poi via via sino alle lezioni teoriche. Non sono di quelli che pretende di annullare il cursus honorum perché sarebbe sbagliato.
Il discorso è che il cursus honorum deve essere sostenibile.
Gli stipendi, infatti, sono oggettivamente da fame. Un dottorando è pagato circa €1100 al mese a livello nazionale (aumenta in alcuni atenei sino a €1400 ma dipende dall’università) ed è comunque poco per una figura così specializzata. Basti pensare che, almeno nel campo dell’ingegneria, un neolaureato prende tranquillamente €1600-1800 come primo stipendio (sto escludendo chiaramente stage e tirocinii). Se si va poi dopo il dottorato, delle varie forme di post-doc che ho descritto prima solo il contratto di ricerca è realmente competitivo come paga e welfare rispetto al lavoro privato, gli assegni di post-doc o gli incarichi di ricerca lo sono meno, la borsa di studi è ridicola (nell’ultima riforma, la legge ha abolito l’esenzione IRPEF prima presente, per cui oltre ad avere un contenuto economico ridicolo, adesso la borsa è pure tassata di più; viva l’Italia).
Alcuni obiettano che, al di là di stipendi (perché evidentemente vogliamo una santificazione della povertà), il sistema attuale filtra chi ha la vocazione rispetto a chi non l’ha, per cui è giusto. Una persona che ha la vocazione accetta stipendi ridicoli e contratti annuali, perché è l’Eletto di Matrix. Ebbene, anche questa è una colossale presa in giro, vi illustrerò il perché.
Partiamo dal presupposto che si può avere la vocazione per diverse cose e che tutte le vocazioni sono egualmente importanti. Ogni volta che sento di parlare di vocazione, percepisco sempre un’aura di spocchia colossale, come se la mia vocazione fosse migliore delle altre. Se io ho la vocazione di fare il barbiere, devo sentirmi inferiore a chi ha la vocazione di diventare astronauta, o prete, o falegname, o Papa? Assolutamente no. E siete dei cretini se crediate che le cose siano così.
Detto questo, pur ammettendo che la vocazione di insegnare o fare ricerca sia un requisito per l’avanzamento di carriera, il sacrificio estremo va a uccidere la creatività. L’uomo ha dei bisogni in ordine di crescente importanza, descritti dallo psicologo Maslow nel seguente schema (figura presa da Wikipedia):
Prima infatti soddisfo i bisogni fisiologici, poi di sicurezza e poi tutti gli altri, in ordine di impellenza dal basso verso l’alto. Se io dunque rendo difficile il soddisfacimento dei bisogni dei primi due livelli di piramide, è impossibile proseguire oltre. Non posso pretendere di soddisfare il bisogno di moralità, creatività o problem solving se vivo in un ambiente di insicurezza, o con una qualità della vita carente. Ora et labora? Va bene, ma mi devi dare almeno il rancio di mezzogiorno, un giaciglio e un tetto che non costino €800 al mese di affitto.
Il cursus honorum attuale è dunque accartocciato su se stesso, perché non dà gli strumenti per vivere bene (lo stipendio, con i quale si soddisfa la base della piramide), né garantisce la sicurezza del secondo livello; poi tutto il resto viene di conseguenza. Ci stupiamo davvero se i dottorandi hanno un’incidenza di stress e depressione molto superiore rispetto alle altre categorie lavorative?
La domanda che allora sorge è: se il sistema è così marcio, perché nessuno fa niente? Perché esiste una categoria di persone per la quale il sistema attuale va benissimo, anzi, è proprio vantaggioso. Sto parlando dei baroni universitari.
Se io ho tanti fondi di ricerca o controllo un dipartimento, i problemi scritti sopra non esistono: posso pagare i ricercatori nella fase di post-doc tranquillamente; posso pagare le tariffe di pubblicazione in open-access (sarebbe lettura libera e gratuita degli articoli, a carico di chi scrive l’articolo; la tariffa va dai €2000 ai €12000 ad articolo e chi l’ha scritto non percepisce nulla), avendo dunque più visibilità delle mie ricerche; posso fare veramente tutto. E chi invece non ha fondi, viene portato fuori dal sistema, perché tutto ciò ha questo come risoluzione.
In un sistema carente e con pochi fondi, non è il migliore a vincere la lotta darwiniana; è chi ha già il potere, è chi ha già i soldi, è chi può raccomandare.
Il sistema attuale, dunque, è marcio ed è in una spirale di negatività che favorisce i ricchi (perché alla fine lo stipendio diventa un optional) o chi ha già il potere.
Inoltre, non ho parlato dell’enorme responsabilità legata all’insegnamento.
Un sistema universitario serio dovrebbe premiare chi è bravo a trasferire le proprie conoscenze ai nuovi studenti, insegnare è un’arte. L’insegnamento è una responsabilità immensa, un cattivo docente fa danni enormi agli studenti. Se però da un lato non ci si può dedicare solo all’insegnamento (perché dalla legge Gelmini in poi, se insegni devi anche fare ricerca e se fai ricerca devi insegnare; devi avere per forza un piede in due scarpe) e dall’altro metti i bastoni tra le ruote al personale estremamente bravo ma senza santi in paradiso, è naturale portare fuori dal sistema i anche più bravi e favorire i raccomandati. La bravura non è un più un bonus per avanzare.
E così la serva Italia avanza, da nave sanza nocchiere in gran tempesta, e non continuo la citazione dantesca perché i bot che leggono questo blog potrebbero segnalarmi come contenuti fuori dalla fascia protetta.
Qual è la soluzione? E’ semplice, è lampante, è evidente, è chiara: pagare, pagare, pagare, pagare, pagare, pagare, pagare, pagare di più, pagare di più, pagare di più, pagare di più, pagare di più, pagare di più, pagare di più, pagare di più, pagare di più, pagare di più, pagare di più, pagare di più, pagare di più, pagare di più, pagare di più, pagare di più, pagare di più, e rendere veramente la carriera universitaria attrattiva e competitiva. Così soddisfo la piramide di Maslow.


