La crisi nel mondo del lavoro che sta portando l’Intelligenza Artificiale è meno nuova di quanto possiamo credere. Quando più di due anni fa aprì questo blog, scrissi proprio che l’Intelligenza Artificiale (IA) ci rubava il lavoro da 250 anni: in breve, l’automazione delle attività lavorative ha cambiato fortemente il mondo del lavoro sin dalla prima rivoluzione industriale, così sta accadendo con l’Intelligenza Artificiale oggi. Vi ricordate il mestiere dell’ascensorista? Nemmeno io, non si vedono da inizio 1900, ma un tempo per guidare un ascensore ci voleva un patentino. Oggi sono automatizzati lavori che un tempo non potevano essere automatizzati. Cosa resterà dei nostri mestieri? Ha senso studiare ancora come scrivere un buon testo, se la macchina può farlo meglio di me? Oggi proverò a rispondere a questa domanda.
Partiamo da cosa può fare ChatGPT. Il “motore” dietro è GPT (“Generative Pre-trained Transformer”, non mi dilungo sul significato), nasce come modello linguistico, precisamente è un modello linguistico di grandi dimensioni (“Large Language Model”). Fu creato proprio per imitare il linguaggio naturale umano, fare riassunti, fornire delle risposte. “ChatGPT” è una sua versione adattata a rispondere a delle domande; infatti “chat” vuol dire chiacchierare in inglese. In soldoni, indovina la parola che probabilmente viene dopo una frase. Se io metto in fila “soggetto” e “predicato”, probabilmente viene dopo un “complemento”. Questo accade all’interno di una singola frase, con una legge grammaticale. La connessione è fatta poi a livello semantico, ovvero sul significato delle parole e sul contesto in cui sono adottate. Completate mentalmente il proverbio:
Rosso di sera…
Avrete pensato “…bel tempo di spera” (a meno che siate Paolo Bitta di “Camera Café”, che direbbe “Rosso di sera, rosso di sera”). Nella fase di costruzione della tecnologia, vengono passati al programma tutti i testi possibili e immaginabili, tutte le parole mai concepite dall’essere umano. Viene associata una probabilità e così si formula la frase. Il concetto di base è questo, chiaramente ho dovuto banalizzare un po’; per questo motivo molti chiamano questa tecnologia un “pappagallo parlante”.
Altre tecniche hanno poi migliorato la precisione delle risposte, come il “reasoning” (o ragionamento). I programmatori hanno provato a imitare il funzionamento del cervello nelle macchine, l’unità stessa alla base è un neurone informatico, solo che risponde a una legge matematica e non a una regolazione di ioni e onde cerebrali come dentro noi. E’ curioso come usiamo delle parole dal lessico medico per descrivere il comportamento di un programma informatico; per esempio, con “allucinazioni” si intende la produzione di risposte non vere o semi-inventate da parte di ChatGPT e sistemi simili. Nessuno sta allucinando in senso proprio, semplicemente il sistema sta lavorando fuori dall’ambito in cui è mai stato addestrato, per cui la concatenazione probabilistica di parole dà risultati senza senso.
Quando ancora la corsa all’IA non era forsennatamente di dominio pubblico come oggi, lessi il libro “Il codice della creatività. Il mistero del pensiero umano al tempo dell’intelligenza artificiale” di Marcus Du Sautoy. E’ ancora un libro attuale e ve lo consiglio, mi colpì in particolare il passaggio in cui venivano descritte le emozioni del campione di “Go” coreano Lee Se-dol, quando venne battuto da una macchina nel 2016. Il “Go” è un gioco molto popolare in Asia, immaginate una sorta di dama in cui però le pedine possono essere anche aggiunte, oltre che eliminate dalla plancia. Mentre nella dama e negli scacchi le pedine possono essere solo eliminate, per cui eliminare le pedine tendenzialmente può portare in condizioni di vantaggio, il Go è molto più complesso perché alcune strategie possono essere orientate all’eliminazione delle pedine all’inizio ma portare a più pedine aggiunte nel lungo termine. Lee Se-dol fu sfidato da AlphaGo, un programma di Google, nel 2016. AlphaGo aveva già battuto il campione europeo Fan Hui, solo che i tifosi asiatici avevano colto l’occasione per prendere in giro proprio Fan, perché in fondo il gioco del Go non era una cosa per europei. Durante una delle partite giocate contro Lee Se-dol, AlphaGo iniziò a fare delle mosse apparentemente azzardate, comunque non pensabili secondo i canoni di un giocatore professionista di Go. Erano mosse giuste? Erano sbagliate? Avrebbero fruttato a lungo termine? Erano un errore? Ciò non importava, ciò che colpì Lee Se-dol e gli analisti fu che erano diverse per come un essere umano avrebbe mai giocato. Mentre il giocatore umano si sentiva sotto pressione, la macchina continuava ad agire, impassibile, senza mostrare alcuna gioia o dolore di fronte alle mosse. Alla fine AlphaGo vinse le prime tre partite per abbandono di Lee Se-dol, perse la quarta e vinse l’ultima sempre per abbandono. Da quel momento, per la prima volta la Cina iniziò a investire molto più seriamente sull’Intelligenza Artificiale.
Torniamo adesso al nostro amato ChatGPT (o alla nostra amata ChatGPT, voi usate il maschile o il femminile?). Ho detto che questa tecnologia nasce inizialmente per l’elaborazione dei testi. In questo blog io ho una policy personale, non uso l’IA per la scrittura. Mi faccio assistere per cercare le fonti, per esempio mi ricordo di un episodio storico e chiedo a ChatGPT o Claude o Gemini di inviarmi le fonti per leggerne i dettagli e raccontarlo meglio; tuttavia, non uso l’IA per la scrittura. Perché? Perché scrivere mi piace. Sarà che lo scopo è abbastanza particolare, ovvero scrivere per un blog da cui non ricevo una lira, ma io godo mentre scrivo, letteralmente. Mi piace riprendere i concetti mentalmente, metterli in ordine, cercare le fonti per essere preciso, aggiungere un pizzico di ironia e qualche citazione nerd. La macchina potrebbe farlo? Penso di sì ma senza godere. Lo farebbe dietro un’istruzione di una persona o dietro delle indicazioni. Non ho bisogno di accelerare sul risultato finale, leggo e rileggo gli articoli varie volte prima di pubblicarli e mi piace farlo. Quindi usare l’IA in questo contesto per me sarebbe inutile, mi toglierebbe tutto il divertimento. Prendete uno sportivo professionista e offritegli l’equivalente del suo stipendio per essere sostituito in gara da un robot che compierà le sue stesse mosse; se è uno sportivo vero, rifiuterà l’offerta, magari anche offeso.
La macchina esegue, in alcuni casi esegue anche meglio di noi, sicuramente non gode mentre lo fa. Inoltre, la macchina non si prende la responsabilità di ciò che produce. Nemmeno le aziende produttive lo fanno, altrimenti avrebbero già chiuso baracca e burattini, dal momento in cui i loro prodotti (come ChatGPT) in alcuni terribili casi hanno indotto delle persone al suicidio. Una società più sana le avrebbe condannate, invece la notizia è passata quasi in sordina, se è passata.
Se mi chiedete su cosa specializzarsi per evitare di essere sostituiti dall’IA, la risposta è molto chiara e condivisa tra parecchi analisti. Molte professioni spariranno? Sì, è inevitabile, al netto di corporazioni; Uber non è sparita in Italia, hanno vinto i tassisti. Una burocrazia efficiente accoppiata con l’IA può far sparire la figura del commercialista. E’ un fenomeno che è accaduto durante ogni epoca storica, ogni rivoluzione industriale ha portato a un profondo cambiamento del lavoro e alcuni mestieri sono andati perduti. Oggi nessuno assume più copywriter, ovvero scrittori di brevi testi, per esempio. Ci sono anche meno correttori di bozze. Parliamo di persone che hanno già perso il lavoro a causa dell’IA, perché è stato fornito uno strumento che desse risultati simili (o migliori) in maniera più economica. Inoltre, l’impatto sul mercato del lavoro non si misura tanto nei licenziamenti (che comunque ci sono stati), quando nelle mancate assunzioni.
In riferimento invece a questo blog, il mio punto di vista è diverso chiaramente. Se c’è una macchina che scrive meglio di me, non mi importa perché non è un lavoro e non perdo nulla. Non sto rischiando nulla, sono completamente padrone dell’attività e del tempo che dedico a essa. In sostanza, questo blog nasce da un mio libero desiderio di scrivere e io lo esercito con libertà. Credo che chi fa arte visiva provi emozioni simili, ovvero si diverta a creare un’opera, anche se magari è commissionata. Nel modo con cui impugna un pennello, sceglie i colori e incide la tela, un artista mette la sua specificità nell’opera, imprime un tratto caratteristico che difficilmente è replicabile, se non impossibile. Ecco, mentre sto scrivendo mi viene in mente questa citazione di Palaniuk, la lessi in una quarta di copertina di un suo libro tanti anni fa (mai letto, invero; magari lo leggerò prossimamente):
Sei condannato ad essere te stesso. La calligrafia. Il modo di camminare. Il motivo decorativo delle porcellane che scegli. Sei sempre tu che ti tradisci. Ogni cosa che fai rivela la tua mano. Ogni cosa è un autoritratto. Ogni cosa è un diario.
Questo sono io mentre scrivo questo blog, un diario pervaso di mie tracce. Oggi per l’avvento dell’IA affrontiamo una crisi che altre mansioni hanno visto precedentemente. Inoltre, non è nemmeno la prima crisi filosofica che l’uomo affronta. Parafrasando Freud, la prima crisi venne per colpa di Keplero e Copernico, per cui l’uomo scoprì di non essere al centro dell’universo; la seconda crisi giunse per Darwin, per cui l’uomo scoprì di non essere un essere speciale ma semplicemente di discendere da altri animali; la terza crisi arrivò per Freud, per cui l’uomo scoprì di non essere padrone nemmeno dei suoi pensieri; aggiungo io che l’ultima crisi avvenne per l’Intelligenza Artificiale, per cui l’uomo scopre che una macchina può essere più brava di lui nell’esecuzione di compiti tecnici, siano essi scrittura, disegno o svolgimento di compiti. Ciò che ci rimane è godere, cosa che (per il momento) l’Intelligenza Artificiale non fa; anche quando lo farà, non ci importerà tanto, dal momento che gli etologi ci insegnano che altri animali godono come noi.
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