Prologo di "Cosa c'è oltre il tramonto"
Questa newsletter sarà diversa
Cari lettori de “La Clessidra”,
Da più di un anno scrivo su questo blog con cadenza quasi settimanale. Come sapete, le tematiche principali che affronto sono l’impatto delle tecnologie moderne sulla società e il rapporto tra individuo e collettività nei mondi interconnessi. Il testo che sto per presentarvi è invece diverso. Vi illustro brevemente il mio rapporto con la narrativa e dei racconti autentici che ho scritto nel tempo (e di cui ho parlato poco).
Correva l’anno 2015, Davide Angelini aveva tutti i capelli e frequentava l’ultimo anno di scuole superiori. A tempo perso iniziò a scrivere un racconto e a inviarlo a spezzoni ad alcuni amici. Il racconto era ispirato alla canzone “Hotel California” degli Eagles e iniziava con un ragazzo che guidava un’auto in un deserto, sino a raggiungere l’omonimo hotel. Il contesto era da subito fortemente onirico, come lo svilupparsi della trama. Non era il primo racconto che scrivevo, ho iniziato a scrivere storie di fantasia sin da inizio liceo, anche solo “soggetti”. Non sapevo dove mi avrebbe portato la storia di “Hotel California”, sta di fatto che rimase incompiuto per anni.
Dopo di ciò, è arrivata l’università. Travolto dall’ambiente tecnico, nella ricerca di svago in altro, produssi nel Dicembre del 2016 “Candele”, un racconto lungo. Questa volta lo auto-pubblicai su Amazon, IBS, Feltrinelli, Mondadori e altre piattaforme di ebook. Vi lascio qui il link per IBS, lo trovate ovunque in maniera gratuita (tranne su Amazon, dove costa €0.99, vi prego dunque di prenderlo in altre piattaforme).
Lo scopo di “Candele” era duplice. Principalmente volevo avere un feedback su come io scrivessi, l’unico modo di farlo era pubblicare qualcosa chiedere a una cerchia di persone più grande un giudizio secco sul mio stile di scrittura. I feedback sono stati molto positivi, anche oltre le mie aspettative, e ciò mi spronò nel continuare a scrivere. La storia di “Candele” è sempre sull’onirico ma più tendente all’incubo, non vi rivelo niente qualora lo vogliate leggere. In ogni caso, il primo scopo era avere dei feedback e l’avevo raggiunto. Il secondo scopo di “Candele” era diverso: scrivere qualcosa che io, da lettore, avrei voluto leggere. Anche molti articoli tematici di questa newsletter seguono lo stesso principio, a volte penso “Ci vorrebbe qualcuno che affronti il tema Tal Dei Tali… Magari quel qualcuno potrei essere io” e mi metto a scrivere. Allo stesso modo, in “Candele” raccontai una storia di fantasia da me considerata accattivante e interessante, un racconto che io avrei avuto piacere di leggere se qualcun altro lo avesse scritto. E così feci.
Il tempo passò e arrivò la prima sessione d’esami di ingegneria. Abbandonai la penna non solo per impegni universitari, sarebbe riduttivo (e falso) dire che ingegneria mi impedì di sviluppare quel lato creativo (anche perché, come forse saprete, nel tempo ho fatto mille altre cose). Diciamo che accaddero tante cose nella mia vita mancarono i presupposti emotivi per continuare il racconto di “Hotel California” iniziato prima o per scrivere altro, tutto dal 2017 in poi cambiò molto velocemente.
Nel tempo ho scritto anche altri racconti, per esempio “La forma della morte” e “Viscere”, già dai titoli capirete che lo stato d’animo di fondo è ben diverso (più recentemente invece nasce “Danzare fino alla fine dei tempi”, un po’ più gioioso, ma non garantisco). Questi tre racconti nascono più dal desiderio di esternare un’emozione che dal proposito di scrivere qualcosa che avrei voluto leggere, la matrice creativa è dunque differente.
Torniamo adesso al presente. Anche adesso vivo una fase di transizione, in cui sono all’ultimo anno di dottorato e devo decidere cosa fare dopo. Per delle congiunzioni positive che sono accadute negli ultimi mesi, ho recuperato il piacere di scrivere che da anni era sopito. Ho dunque ripreso la storia di “Hotel California”, con un nuovo titolo, “Cosa c’è oltre il tramonto”, e ho iniziato a pubblicare nuovamente gli articoli a puntate.
Impegni per ora mi impediscono di dedicare tempo o energie a scrivere articoli di rapporto di tecnologia e società. E’ come se io avessi una “batteria analitica” e una “emotiva”.
Quella analitica per il momento è sempre scarica; per dirne qualcuna, nelle ultime due settimane ho moderato un panel di discussione sull’equità di genere in accademia, sono stato invitato a un evento al Castello del Valentino sul monitoraggio delle carriere della ricerca, questo giovedì sono a Milano per parlare del taglio dei precari in accademia (link evento qui, iniziamo alle 18.00), verso fine mese ci saranno altri eventi con ADI tra cui la proiezione del docu-film su Giulio Regeni in cui sono stato invitato per portare il punto di vista dei dottorandi. Tutto questo mentre porto avanti il mio lavoro quotidiano di dottorando ricercatore; il divertimento non manca, il tempo sì. Per questo motivo sono stato più assente su questo canale, mi manca l’energia analitica per scrivere nuovi articoli.
L’energia emotiva invece è carica e abbondante e per questo ho voluto riprendere “Cosa c’è oltre il tramonto”, con l’ambizione di scrivere un romanzo a puntate. Questa newsletter nasce per condividere riflessioni personali, la utilizzerò dunque per darvi settimanalmente alcuni spezzoni dei nuovi capitoli; vedrete che conterrà delle riflessioni ma in forma, appunto, narrativa.
I capitoli escono uno ogni weekend e trovate 5 capitoli su Wattpad, una piattaforma per scrittori. Qui vi condividerò ogni volta l’inizio del capitolo, preceduto da una riflessione personale, e alla fine c’è sempre un bottone per leggere il capitolo completo. Allacciatevi le cinture, benvenuti in un mondo dove tutto è possibile. D’altro canto, quali sono i limiti creativi delle nostre menti?
Il vostro Davide
P.s.: se avete voglia di condividere questo racconto con amici o di farmi sapere il vostro parere sullo sviluppo della storia, mi farà molto piacere.
Il vento accarezzava i granelli di sabbia fine del deserto. La mia auto, una vecchia decapottabile comprata a pochi spiccioli, sfrecciava a gran velocità lungo l’autostrada rettilinea. Non vedevo nessun’altra macchina, eravamo soli, io, il vento e le stelle, quell’immensità di puntini luminosi che rendeva meno temibile il peso dell’oscurità notturna. Sentivo un fortissimo desiderio di raggiungerle, di sollevare la mia auto da quel duro asfalto per cavalcare il vento, salire, sentirmi leggero, alzarmi in volo lentamente come un’aquila spinta da correnti d’aria, per sfiorare l’etere, l’universo, conoscere me stesso.
Mi accorsi che inavvertitamente avevo realmente accelerato. Da quanto tempo? Dove mi trovavo adesso? Ero nello stesso luogo in cui ero giunto prima, l’immenso deserto fresco e secco allo stesso tempo. Ripresi la velocità di marcia e il vento, prima energico e travolgente durante il volo, riprese a cullarmi. Sentì un dolcissimo profumo provenire dalla sabbia brulla, non sapevo cosa fosse, era la delicatezza della rosa mista al calore delicato della lavanda.
Riserva. L’indicatore era categorico. Dove potevo trovare una stazione di servizio in mezzo al nulla? Non spensi però la macchina, continuai a camminare di fronte a me.
Intravidi poco sopra l’orizzonte una stella molto luminosa. Com’era bella! e com’era particolare la sua luce! Era a metà tra il bianco e il rosa. Se il mio destino fosse quello di fermarmi nell’indefinito, vorrei che il cielo smettesse di ruotare, vorrei morire contemplando quella stella. Andando avanti su quell’autostrada la luce della stella diventava più luminosa, come se quel remoto paradiso si trovasse sulla Terra.
Rallentai e mi trovai di fronte a un bivio, con due cartelli: quello di sinistra indicava una stazione di rifornimento, ciò che mi serviva; quello di destra, invece, recava scritto: “Riposo”.
Davanti a decisioni importanti l’uomo si ferma, pondera, riflette, cerca di prevedere il futuro e di imparare il più possibile dal passato. Tuttavia, io imboccai spontaneamente la seconda strada, come se fossi sicuro di ciò che mi aspettasse. Mi stupivo di come avessi preso improvvisamente quella decisione, poi, pensando, mi fu chiara la realtà: avevo già scelto dove andare molto prima di rallentare.
Continuava il percorso buio, illuminato solo dalle stelle e dalla luce rosa che inseguivo. La strada asfaltata si interruppe, lasciando il posto a uno sterrato. D’un tratto l’odore della brezza del mare pizzicò le mie narici: il mare? In mezzo al deserto? Eppure scorgevo che in lontananza qualcosa si muoveva, vibrava, accarezzava il cielo forse, rumoreggiava. Nel frattempo la levetta dell’auto raggiunse il fine corsa, il motore fece qualche colpo di tosse e si spense. Scesi dalla macchina. Era incredibile, avevo di fronte a me il mare, sentivo un fruscìo diffuso in lontananza. Non riuscivo a scovare le prime onde, era tutto buio, potevano distare anche varie centinaia di metri. La luce rosa era sempre più vicina, decisi dunque di prendere il mio zaino dall’auto e di continuare a piedi, lasciando la strada sterrata a favore della sabbia. Tacevo e tutto taceva, per tutto il mio viaggio non avevo proferito parola ma soltanto percepito; il silenzio avvolgeva quel luogo come l’acqua immobile su un relitto sommerso. Avevo una gran voglia di togliermi le scarpe e camminare scalzo su quella distesa di chicchi di seta ma temevo di sporcarmi. Quante volte l’uomo ha il desiderio di fare cose apparentemente insensate! Se avessi raggiunto il bagnasciuga, avrei potuto persino immergermi fino alla caviglia nell’acqua, essere attraversato da un fugace brivido di fresco e sentire una corrente leggera solleticarmi le dita a ogni passo. Avrei potuto anche continuare a camminare, come alla fine feci. Senza rendermene conto, il mio passo si affrettò considerevolmente man mano che mi avvicinavo alla luce rosa.
Iniziai a distinguere i contorni di un edificio che si affacciava sul mare. Sembrava abbastanza grande ma non alto, si distendeva sulla sabbia quasi come se fosse un prolungamento del deserto e un ponte con il mare. C’era una sorta di faro da cui proveniva tale luce, illuminava la sabbia circostante ma non la costruzione. Scorgevo la parete bianca interrotta da una macchia scura; doveva essere la porta di ingresso. Mi avvicinai ancora di più, scorsi di fronte a essa una ragazza. La penombra mi permetteva di scorgere poco di lei, sembrava avere i capelli chiari e i lineamenti dolci. Sentivo le mie vene agitarsi man mano che mi avvicinavo, sentivo che la vita intera stesse scorrendo da un lato all’altro del mio corpo, sentivo la vista annebbiarsi per la trepidazione. I miei passi rallentarono, procedevo con timidezza.



