Non vogliamo stare bene, vogliamo stare meglio
Il paradosso del benessere, della bassa natalità e dei giovani ingrati
Negli Anni ‘80 si diceva che i giovani sono fannulloni, sono dediti all’ozio e non hanno ambizioni; vedete questo video per credere. E’ un topos ricorrente, quello degli adulti che criticano chi è più piccolo, ne parla addirittura Sallustio nel Bellum Catilinae e Orazio nelle Odi, ben prima di Briatore o Borghese. La domanda è: perché nasce questo pensiero? Se è comune in tutte le epoche della storia, qual è la verità di fondo? Abbiamo raggiunto un livello di pigrizia definitivo dal VII secolo a.C. sino a oggi? In realtà a mio avviso ciò dipende dalla definizione che diamo al benessere: non vogliamo stare bene, vogliamo stare meglio.
La mia tesi è che il benessere è percepito in base a una differenza rispetto al passato. Nella maggior parte dei casi, l’essere in una casa all’ottavo piano di un bellissimo palazzo non mi dà un senso di benessere; il passare invece dal settimo piano all’ottavo piano sì. Non è lo status, è il miglioramento o il peggioramento; è l’incremento o il decremento. Non sono sereno se ho €30.000 nel conto il banca, sono sereno se ieri ne avevo €30.000 e oggi €30.001.
Da quando nasciamo, siamo inseriti in un contesto che consideriamo come realtà, come ciò che esiste (res). Il percepito dipende da ciò che vediamo entro il nostro orizzonte (o nel raggio del nostro ombelico, se vogliamo essere più critici). Questo sostengono anche le scienze cognitive, vi riporto anche l’articolo dove ne ho parlato sotto. Per cui, non mi curo tanto se ho €30.000 nel conto in banca, perché questo fa parte dello stato delle cose nel momento in cui inizio a riflettere su me stesso. Mi preoccupo se quel numero scende, sono più sereno se quel numero sale. In questo senso, la nostra percezione è incrementale, con una differenza che può essere un incremento negativo (-€1) o positivo (+€1).
Da questo sorgono tanti paradossi. Prendiamo una persona-tipo che in Italia fa fatica ad arrivare a fine mese, sulla soglia di povertà (che è di €730 al mese per il singolo). Se questa persona vive in una casa in affitto e riesce a pagare acqua, gas e bollette, comunque ha uno stile di vita superiore al più ricco dei nobili del passato, persino il Re Sole lo invidierebbe. Ha infatti la possibilità di accendere la luce quando vuole, svincolandosi dalla presenza del Sole; se si ammala, c’è un Sistema Sanitario che lo cura (su questo tornerò dopo) e delle medicine più avanzate di sanguisughe, salassi e stregonerie varie; può riscaldarsi senza dover raccogliere la legna o pulire un camino, basta una stufetta elettrica; ha dei servizi igienici. Sono grandissime comodità che diamo per scontate proprio perché sono nel nostro stato delle cose, ma che anche persone di altri Paesi del mondo ci invidiano, senza dover per forza scomodare Luigi XIV.
Anche il “Sogno Americano” nasce così, da generazioni che venivano da condizioni poverissime e che in poco tempo hanno avuto accesso a incrementi sullo stile di vita immensi, anche solamente grazie all’accesso a fognature e acqua corrente.
Il paradosso dello stile di vita è questo: nella maggior parte del nostro tempo, gli agi entrano in uno stato delle cose per cui non sono percepiti più come tali, perché il nostro cervello ragiona per differenze. Sul Sistema Sanitario ad esempio, personalmente mi metto sempre a ridere quando i governi di turno annunciano in modo roboante di aver stanziato un certo numero di milioni (o di milioncini): il valore è più grande o più piccolo del passato? I bisogni sono aumentati a causa dell’invecchiamento della popolazione, i milioni di ieri non bastano più, bisogna ragionare sempre in maniera incrementale (o in decrementi).
Sul discorso dell’invecchiamento della popolazione, sempre dalla nostra percezione del reale dipende la scelta di fare meno figli. Chi abita in un bilocale di 60m^2 vive molto meglio di una persona che abita in un appartamento ugualmente grande ma 50 anni fa, perché ha a disposizione miglior sistemi di riscaldamento, più risorse gratuite o a costi bassi per l’educazione dei figli (grazie a internet) e tendenzialmente migliori condizioni igieniche o di salute (un tempo l’amianto era usato negli asciugacapelli, giusto per dirne una). Eppure, fare dei figli non è la priorità, perché ignoriamo gli agi attuali e misuriamo il benessere attuale rispetto a quello precedente. E rispetto al passato le cose vanno peggio, se guardiamo alle differenze.
Per esempio, tra qualche mese tornerà sicuramente in voga la polemica sugli stipendi di bagnini e stagionali, accusando i giovani di non voler lavorare (non c’è più infatti il reddito di cittadinanza da individuare come responsabile, mannaggia). Il punto è che la paga è sempre quella da anni, ovvero €700 al mese (ben che vada), ma il potere d’acquisto è notevolmente più basso. Lavorando 3 mesi da stagionale in nero, un ragazzo nel 2002 con €2100 poteva comprarsi una discreta automobile usata, oggi forse viene un treno di gomme e basta. I salari bassi contano molto di più di quanto crediamo, nel 2010 una Fiat Panda nuova di zecca partiva da €10.400, oggi almeno €15.900 (e rimane sempre un’utilitaria di città, non è un SUV o un’auto sportiva).
Questo a mio avviso influisce la scelta di fare meno figli o di farli più avanti nell’età, nell’attesa di avanzamenti di carriera del singolo, di poter dar loro ancora meglio.
Al tempo stesso, il desiderio di voler stare meglio spinge anche al miglioramento personale, a sperimentare nuove strade, a essere curiosi verso il nuovo. Non bisogna criticare questo atteggiamento del tutto. Può invece l’astensione dai desideri essere la soluzione? Sicuramente conviene tenere i piedi per terra e guardare ciò che si ha, indipendentemente da ciò che si ha avuto e da ciò che si vuole avere. Aiuta sicuramente ad eliminare bisogni fittizi e costruiti dagli scienziati machiavellici delle pubblicità.
Ho visto un re.
[…]
- Un re che piangeva seduto sulla sella
piangeva tante lacrime, ma tante che
bagnava anche il cavallo!
- Povero re!
- E povero anche il cavallo!
[…]
- è l'imperatore che gli ha portato via
un bel castello...
[…]
- ...di trentadue che lui ne ha.
- Povero re!
- E povero anche il cavallo!
(Enzo Jannacci, “Ho visto un re”)


