Non ho più l'età per lamentarmi dell'età
Quando si diventa veramente vecchi?
“Io nelle case di riposo insieme ai vecchi che si sbrodolano non ci voglio andare!” diceva la buon’anima di mia bisnonna Anna, verso gli 87 anni. Aveva avuto delle ricadute di salute e serviva qualcuno che la sorvegliasse costantemente, stavamo valutando tutte le opzioni. I lettori più affezionati sanno che molti articoli di questo blog iniziano con racconti inventati o tratti da libri (per esempio, gli scritti per l’infanzia di Adele Vindingia, autrice poco conosciuta che mi piace molto) e sono riportati in corsivo. In questo caso no, non c’è il corsivo, è storia vera e mia bisnonna disse quella frase a 87 anni.
Mia bisnonna a 87 anni diceva di non voler andare a vivere insieme ai vecchi; se lei diceva così, è perché vecchia non si sentiva. Noi nipoti, i figli, i passanti, altre persone, i medici, il Papa, avremmo detto tutti che forse era vecchia. Sicuramente era sopra l’aspettativa di vita italiana, dunque vecchia. Eppure, dicendo quella frase prendeva le distanze dai “vecchi”, o quantomeno quelli che lei riteneva tali. Vi aggiungo un po’ di contesto di quel periodo, mia bisnonna da poco aveva finito la crociera del Mediterraneo ovest (Barcellona, Costa Azzurra, Genova, quel giro lì) accompagnata da mio cugino ed era tornata col fuoco di Sant’Antonio; quella era la ricaduta di salute subita, dopo una crociera nel Mediterraneo, d’estate, a luglio, a girare per il mare e visitare posti, a 87 anni.
Quello della vecchiaia è un tema ciclico nella mia mente. Anche l’anno scorso ho condiviso una riflessione sul senso di vecchiaia, oggi porto un punto di vista diverso (se volete recuperarla, è qui sotto, a fine dell’articolo). Vorrei dire “Prima ero giovane ma da quando ho compiuto X anni, mi sento vecchio”, solo che non riesco a trovare un inizio preciso.
Adesso a 28 anni invidio i miei studenti di triennale di 20-21 anni, con la vita in mano.
A 22 anni mi sentivo tutto sommato giovane, ma invidiavo chi aveva meno anni di me e la vita in mano.
A 18 anni ero molto felice della maggiore età acquisita e di poter guidare l’automobile, eppure invidiavo mio fratello con il vespino ricoperto di adesivi a 14 anni, libero di scorrazzare per le strade, con meno anni di me e la vita in mano.
A 12 anni pensavo ai Lego, agli ABBA e ai Pokemon (come cambia la vita…). Ecco, forse a 12 anni non mi sentivo vecchio.
Riflettere sull’età comporta pensare a ciò che è “idoneo” per quel numero; a 18 anni è idoneo andare in vacanza-studio in un’isola greca, a 38 anni è meno idoneo; a 14 anni è idoneo sperimentare i capelli blu, a 34 anni è meno idoneo (soprattutto se non hai più capelli). La vita è concepita come scandita da tappe: nasci, cresci, ti riproduci e muori, con ciò esistono attività specifiche per fasce di età specifiche. Guai ad andare oltre dal selciato, ti danno del ridicolo, commetti ybris, offendi gli déi.
Credo che in realtà tu offenda le altre persone, non gli dèi.
Nelle mie peregrinazioni mentali sull’età, mi sono soffermato sul concetto di rimpianto. A 18 anni avevo il rimpianto di non aver richiesto il motorino a 14 anni, per cui invidiavo mio fratello più piccolo. A 22 anni avevo il rimpianto di aver perso alcune occasioni dei 18 anni, per cui invidiavo chi le aveva colte. Adesso la situazione si ripete a 28 anni, con il rimpianto di non aver vissuto delle cose in passato. Vi riporto un’intervista di Maurizio Costanzo a Marcello Mastroianni:
(Costanzo) Qual è il treno che teme di aver perso?
(Mastroianni) Di non aver peccato veramente in fondo. Cioè, gli errori che ho fatto erano sempre un po’ a metà.
Possiamo sempre guardare al presente, confrontarlo con i nostri desideri e con ciò che avremmo voluto essere; forse troveremo sempre qualcosa che non va giù col senno di poi. Tuttavia, si spera di vivere ancora a lungo e per molti anni (fate corna e toccate ferro). La domanda che pongo a me stesso è dunque la seguente:
Quando avrò 38 anni, quali saranno le cose per cui avrò il rimpianto di non aver fatto a 28 anni?
Perché se è vero che esiste un “canone” di vita (chi l’ha scritto? a che età è giusto sposarsi? un tempo le donne si sposavano a 15 anni; mie cari lettrici, se non avete un anello benedetto al dito, siete già tutte in ritardo), se è vero che la nostra vita vede degli accadimenti esterni non dipendenti da noi, è anche vero che non vediamo le cose esterne sempre con gli stessi occhi.
Un conto sono gli eventi come accadono, un conto sono gli eventi come li percepiamo. Gli accadimenti della vita sono un film di cui non ricordiamo le scene, manteniamo solo le emozioni provate sul momento. Forse gli eventi sono fuochi d’artificio, noi ricordiamo solo i bagliori impressi sull’iride. E’ facile leggere il passato con gli occhiali di oggi, ma quegli eventi in un momento storico del passato sono stati vissuti in modo completamente diverso. Avete mai provato a tenere un diario delle vostre emozioni?
Avere rimpianti sul passato è normale ed è umano. Condannarsi per cose non compiute invece ha poco senso. Allo stesso modo, come adesso posso avere rimpianti per il passato, forse è più ragionevole concentrarmi su occasioni da cogliere ora, nel presente, e che potrebbero diventare rimpianti tra 10 anni se non vissute sino in fondo.
Anche perché, in fondo, quando si diventa vecchi? Mia bisnonna a 87 anni non si sentiva così e prendeva le distanze dai vecchi. Forse lo si diventa quando lo si vuole. Forse la vecchiaia è solo un aggettivo che attribuiamo agli altri o a noi stessi. C’è chi vuole sentirsi vecchio e gli piace, come Caparezza nell’ultimo album:
E mi godo il tempo che mi resta
Come sempre fuori dalla ressa
Premo per aver silenzio, spacebar
L'aggettivo che meglio si presta è "vecchio"
Come la musica elettronica
Un tempo la musica elettronica era modernissima, oggi Caparezza la usa brillantemente per indicare come sono passati in fretta gli anni.
O forse la vita è solo percezione: percezione di noi su di noi, percezione di noi sugli altri. Ed è la cosa più difficile, mettersi nei panni dell’altro, degli altri, di noi del passato.
Ecco la riflessione dell’anno scorso:




