La dignità del riposo
Elogio del buio, del silenzio e dell'assenza di stimoli
Il cervello è una macchina che funziona senza pause, ma apprezza il risparmio energetico. Il Natale piace e fa rilassare perché è sempre lo stesso: stesso albero, quella tovaglia che vede la luce una volta l’anno, i parenti, la tombola con le cartelle un po’ piene di polvere, le fiches in lire, il panettone e il pandoro. La novità porta freschezza; allo stesso tempo, rilassarsi in un ambiente noto e confortevole porta piacere.
Proviamo immaginare il quotidiano di un nostro antenato di 300 anni fa, nell’era pre-industriale, magari in campagna. Immagino Davìd de’ Angeli che si sveglia in una casa posseduta dalla famiglia da tempo immemore. Saluta la famiglia, osserva il cielo e cerca di intuire che tempo farà. Beve un bicchiere di latte, esce di casa e si incammina verso i campi per lavorare. Lavora a una piantagione di grano sua o del mezzadro di turno, con lo stesso proprietario da tempo immemore. Il mondo esiste e coincide con la memoria di un uomo, ampliata dai racconti delle altre persone, dai monumenti esistenti o dai libri, per chi sa leggere. Il concetto di storia dell’arte non esiste, nel 1600 fu normale smontare il Colosseo per costruire Piazza San Pietro (l’interesse per la storia dell’arte nascerà solo a seguito del ritrovamento di Pompei, Ercolano e Stabia). La domenica va in chiesa e ascolta la messa in latino, con il testo sacro fisso da tempo immemore.
Questo quadretto mi è venuto in mente leggendo un passo di “Behave” di Robert Sapolsky: l’autore racconta di andare in chiesa e di ascoltare il suono forte, imponente e coinvolgente di un organo, riflette che per i suoi antenati quello era il suono più alto mai ascoltato nella vita (tempeste di tuoni a parte, aggiungo io). Tra parentesi, Sapolsky è un neurobiologo, il libro parla dell’origine cerebrale della violenza e del giudizio che noi andiamo sulla violenza. E’ l’ennesimo libro-mattone che mi sta cambiando la vita, un giorno vi scriverò quali sono gli altri.
Se confrontiamo la vita di un nostro antenato del mondo pre-industriale con quella odierna, ci sono tante differenze. Innanzitutto sul suono: un tempo non esistevano i rumori delle automobili o i clacson, al massimo c’era confusione al mercato. Anche i venditori a un certo punto si stancano di “abbanniari” (urlare al mercato, in dialetto siciliano), sono esseri umani; un motore, invece, continua per molto tempo, basta aggiungere del combustibile. Un’altra differenza sono gli stimoli ricevuti: chiacchiere e rumori ambientali per lo più. Un antenato può cercare degli stimoli, se sa leggere e apre un libro, esercita la volontà di ricevere le informazioni contenute nello stesso. Oggi invece siamo per lo più recettori passivi di input: afferriamo il telefono per un automatismo o sotto una notifica che nel 90% dei casi non volevamo; accendiamo la TV a cena per abitudine e da lì il telegiornale inizia a rovesciare notizie, cronache, critiche, commenti, bugie e verità, osservazioni, eccetera eccetera. Alla base di ciò c’è un limitato esercizio di volontà, sono stimoli che non volevamo.
Un nostro antenato pre-industriale agiva; noi riceviamo. L’antenato vedeva un paesaggio che cambiava molto lentamente o non cambiava affatto (ogni quante volte si ristrutturava la facciata di una Cattedrale?); oggi il mondo intorno a noi cambia molto in fretta e questo ci porta sull’attenti di continuo.
Credo che la differenza fondamentale stia proprio nello stare sull’attenti. Tra un giorno e l’altro, la vita dell’antenato è sempre la stessa: stessa casa, stesso campo, stessa chiesa, stesso cavallo del nobile ricco. Tuttavia, quando c’è un pericolo, quando sente un rumore anomalo provenire dall’esterno della casa, quando percepisce dei passi intorno all’abitazione di notte, il cervello si accende immediatamente, magari prende in mano un archibugio e cerca di capire chi ci sia vicino. C’è dunque un momento di allarme in un periodo più disteso di ripetitività. Oggi, al contrario, siamo continuamente sull’attenti, per via delle notifiche, per via di informazioni tramite i social o i mass media costruite per farci stare sull’attenti. Di conseguenza, teniamo un archibugio in mano e siamo più stressati.
D’altro canto, riceviamo continuamente spinte sulla produttività, sul fare per raggiungere uno scopo. Vale quasi il “Io esisto per…”, non l’ ”Io esisto”. E’ questa la tendenza dell’era post-moderna, dove non sono concepite alternative al neoliberismo e ti tacciano di “comunismo” se hai una concezione diversa di mondo, magari personale, e non punti all’accumulo di beni nella vita (leggete a tal proposito “Realismo Capitalista” di Fischer).
Anche il concetto di “vacanza” è viziato. Riporto un paio di definizioni dal dizionario della Treccani:
“Il fatto, la condizione di essere o di rimanere vacante […]”
“Intermissione, temporanea cessazione di un’attività. […]”
C’è dunque un’attività principale (lo studio, il lavoro) e poi una sua mancanza, un vuoto di attività. Non è un caso se in Paesi dove c’è una fortissima etica protestante del lavoro, come gli Stati Uniti, non esistono giorni di ferie garantiti per legge. Talvolta prendere ferie è visto anche in maniera negativa.
Se dunque definiamo le ferie in maniera negativa come assenza dal lavoro, in qualche modo pensiamo comunque al lavoro e non riposiamo. La mente fa difficoltà a concepire il negativo; se vi chiedo,:
“NON pensate a un elefante rosa!”
A cosa avete pensato?
A un elefante rosa. Se dunque definisco la vacanza come non-lavoro, penso al lavoro.
Il riposo invece è tutt’altro. Il riposo è staccare completamente dall’ordinario o dirigere le proprie attenzioni verso altro. Se visito una spiaggia bellissima e penso a quanto sia bella la spiaggia, è ok; se vedo le onde e penso ai grafici della borsa se sono un analista finanziario, magari non è ok. Fisicamente non sto lavorando ma mentalmente sì. In passato ho letto di startup che puntano a far lavorare l’uomo anche nel sonno (con studi scientifici farlocchi e dimostrazioni ridicole); io stesso ho la tendenza a essere stacanovista ma ho la nausea al solo pensiero.
Il riposo dunque è il nulla che assume dignità. Non è mancanza di, lontananza da; è quel niente che esiste in sé, lo Zero che diventa numero, il sogno come mondo a sé.
Per carità, fare il lavoro dei propri sogni è meraviglioso, la nostra Costituzione riconosce il lavoro al centro della dignità del Paese nell’articolo 1. Al tempo stesso, e su questo tornerò altre volte, non è necessario far girare la ruota dentata del lavoro più di 8-9 al giorno, salvo casi straordinari. In altri Paesi come la Germania si lavora mediamente meno ore al giorno (e la produttività media è più alta). Riposare, e riposare e basta, ha assolutamente il suo perché. Intendo riposo vero, non il riposo per ricaricare le energie: il riposo in sé.
Staccate le notifiche, spegnete il telefono, costruitevi la vostra isola di riposo quotidiana, non usate il computer a letto per lavorare. La vita non è solo “Ora et labora”. Dormire sta diventando un atto rivoluzionario: fatelo, per voi stessi.


