Io sono un’ostrica, il mondo è il mio parassita
L’avvolgo nell’inventiva, ne faccio una perla liscia
[…]
E più schifo fanno i miei giorni più forte è la devozione
Quando sorge il sole penso
Perlificat, perlificat, perlificat
(Caparezza, “Perlificat”, 2025)
Sono sempre stato un grande fan di Michele Salvenimi, al volgo noto come Caparezza. Da piccolissimo ascoltavo in radio “Fuori dal tunnel” a mo’ di tormentone estivo, poi il primo testo che compresi veramente fu “Vieni a ballare in Puglia” verso i 10 anni; pensai che il brano fosse un gran racconto di fantasia, perché la Puglia non poteva essere un luogo così pieno di tragedie. Ingenuo me che ai tempi non conoscevo l’Ilva. Molti di voi si fermeranno a “Fuori dal tunnel” o all’album “Museica” appunto, che è il più “caparezziano” degli album; vi racconto oggi cosa il genio del cantautore pugliese ha prodotto negli ultimi anni, perché la sua evoluzione artistica sta incrociando un mio cambiamento di vita in cui voi vi ritroverete o che avete già affrontato.
“Museica” è Caparezza maturo, compone un album pazzesco con i migliori giochi di parole e rime mai inventati. Ebbi la fortuna di guardare il concerto a Palermo, fu a dire il vero il primo concerto della mia vita. Il tono delle canzoni è sempre giocoso e scherzoso, c’è molto sarcasmo, come in tutti i suoi album. Il sonoro è curato da Chris Lord-Alge, noto tecnico dell’audio degli U2, Avril Lavigne, Aerosmith, Bon Jovi, Phil Collins e molti altri artisti. Per questo ho definito questo album il più “caparezziano”, è il punto massimo della prima (o seconda, come vedremo) produzione artistica. Il singolo di apertura è “Cover”, con delle sonorità un po’ cupe e insolite, ma fu solo un caso isolato. La canzone racconta come un artista senta la sua musica come una copia dei grandi del passato. Il resto delle canzoni celebra o si riferisce a un periodo storico dell’arte, sempre con lo stesso stile pungente e sarcastico che abbiamo sempre apprezzato.
Dopo “Museica” cambia tutto. L’album “Prisoner 709” (da leggere “Prisoner seven or nine”, ovvero “prigioniero sette-zero-nove”, ma anche “prigioniero sette-oppure-nove”) esordisce con un singolo omonimo dai toni estremamente cupi. Molti di noi hanno pensato che era come “Cover”, un caso isolato, ma non è stato così. Caparezza, infatti, scrive il nuovo album influenzato da un male molto pesante per un musicista, ovvero l’acufene, che provoca un costante fischio alle orecchie. Inoltre, i fan più sfegatati sanno che Michele Salvemini (il vero nome di Caparezza, come detto) iniziò a fare musica con un altro pseudonimo, ovvero “Mikimix”. I brani erano completamente diversi ed egli stesso era disgustato dall’ambiente musicale commerciale di fine anni ‘90, a tal punto che abbandonò la carriera musicale. Ricominciò poi con “Caparezza” con uno stile completamente diverso, testi propri e musiche proprie. Per anni il motto di Capa recitava “Egli fu Mikimix, dal cui auto-disgusto nacque il sé stesso odierno”. Invece, nell’album “Prisoner 709” cambia tutto. Racconta di essere nuovamente prigioniero di sé stesso, per cui si chiede quanti album abbia fatto: sono sette (ovvero, sette album di Caparezza) oppure nove (due di Mikimix e sette di Caparezza)? E’ un’indagine del proprio passato, che per anni ha quasi rinnegato. Il primo brano dell’album non è “Prisoners 709” ma “Prosopagnosia”, termine che indica il disturbo di chi non riesce a riconoscere i volti delle persone; Caparezza lo applica a sé stesso:
[…]
Non mi riconosco più, prosopagnosia,
sto cantando ma il mio volto non è divertito,
quasi non capisco più quale brano sia,
ogni volta mi riascolto e sono risentito.
Un video di chirurgia ricorda a me stesso
che può essere sgradevole guardarsi dentro
fino a diventare oggetto del proprio disprezzo
e dire: ”Sono io sputato quello nello specchio!”
E non aspetto altro che avere un altro aspetto,
[…]
Spinto da un malessere fisico, in “Prisoner 709” è il passato rinnegato da Mikimix che torna. Capita che talvolta siamo giù e ci facciamo prendere da pensieri o da questioni che sapevamo essere già risolti, ma non li consideriamo come tale. Banalmente, sognare l’esame di maturità ancora dopo diversi anni è un incubo molto comune (capita anche a me), ma ciò riguarda non solo i sogni, anche i pensieri che componiamo nel quotidiano. Il nostro stato d’animo attuale può influenzare il modo con cui rielaboriamo la memoria, per cui uno stato attuale negativo può far emergere solo i lati negativi di un ricordo. In un momento di crisi di salute, Caparezza torna a chiedersi chi sia, sente che forse ha sbagliato ha rinnegare “Mikimix”, oppure forse no. Non esiste una soluzione definitiva, se non la fuga stessa: l’ultimo brano dell’album è “Prosopagno Sia! (La Fuga)”, solo strumentale. Fuga verso dove? Passiamo all’album successivo.
“Exuvia” è un album ulteriormente complesso. Il nome, “exuvia”, indica in biologia l’esoscheletro che alcuni animali lasciano dopo aver fatto la muta, come le aragoste o i granchi. Ha un valore simbolico fortissimo: ciò che di più resistente l’animale possedeva a un certo punto non basta più, perché si è cresciuti troppo, dunque bisogna abbandonarlo. E’ anche il momento di massima fragilità per un animale, poiché il guscio precedente non protegge più e si è più esposti a predatori. Se “Prisoner 709” era la prigionia mentale, “Exuvia” rappresenta il percorso di un fuggitivo che si perde in una foresta. La prima traccia è “Canthology”, in cui riprende le sue rime più celebri e si conclude così, in inglese:
[…]
Things are scattered everywhere
No one seems to care
They're trying to get somewhere
Get away […]
[Le cose sono sparpagliate ovunque
A nessuno sembra importare nulla
Loro stanno provando ad arrivare da qualche parte,
Vai via / Andate via]
Un altro brano molto significativo, nonché singolo, è “La Scelta”, dove ripercorre le vite di Beethoven e Mark Hollis. Il primo seguì la carriera musicale sino alla morte, nonostante gli procurasse delle sofferenze in vita, mentre il secondo si ritirò a vita privata al culmine della carriera per stare di più con la sua famiglia.
La vita ci pone di fronte a dei bivi continuamente, intraprendere una strada inevitabilmente esclude l’altra. Spesso capita di chiedersi cosa sarebbe accaduto se avessimo intrapreso una scelta diversa nel passato, in un punti critico del nostro percorso. La stessa parola “crisi” ha un’origine molto diversa da ciò che pensiate. “Crisi” deriva dal greco “crysis” (κρισις), che letteralmente vuol dire “scelta”, “separazione” o “giudizio”. Ippocrate utilizza questo termine per indicare il momento la malattia è al suo apice in un paziente, per cui dopo la crisi avverrà la completa guarigione o la morte. Dal verbo “krinein” (κρίνειν) derivano molte parole italiane: crivello, ovvero l’arnese per separare il grano dalla crusca; critica, dunque identificare il giusto e lo sbagliato; criterio, ovvero l’indicatore per scegliere tra due opzioni. Caparezza è in piena crisi artistica, in “Prisoner 709” si sentiva prigioniero della propria mente, qui va ben oltre, rappresentando il senso di smarrimento che si prova durante un periodo del genere. Riesce egregiamente a trasmettere queste emozioni con i versi di “Il mondo dopo Lewis Caroll”, dove immagina la vita del Cappellaio Matto dopo che Alice ha lasciato il Paese delle Meraviglie, lamentando proprio la mancanza del sentimento di stupore che caratterizzava quel luogo:
[…]
Giro solo, forse impazzirò, oh no
Non ti vedo qui, sclero
Sì, ma non mi dispero
E giro, suono, come un carillon, lo so
Ci ritroveremo nel mondo dopo Lewis Carroll
[…]
Ho perso Meraviglia
Nella metro, nella vigna
Era plettro, era biglia
Era Lennon, era Gilliam
Era la boa ed era la mia, sì, mia
[…]
I momento di crisi sono accompagnati da un sentimento di affanno, come perdere di vista una boa mentre nuotiamo in mare.
Sempre in tema di missive, il penultimo brano dell’album è “La Certa”, dove immagina una lettera che la Morte stessa scrive al cantante. Il tono è incalzante e non funereo, tutt’altro: è la Morte stessa a spingerlo verso la vita.
[…]
Non puoi mandare i piani in fumo come gli estintori
Vengo a riportarti coi piedi per terra
[…]
Mi vedi come la cattiva, la tenebra, la maldita, la Dea che fa la bandita
Ma voglio solo schiodarti dalla panchina
Voglio vederti giocare la tua partita
Ringraziami
Che se fossi svanita come una dedica incisa nella battigia
Avresti l’anima spenta, l’anima grigia
Come la cenere di una cicca nella lattina
[…]
Mi perdonerete la citazione ma nel film di Christopher Nolan “Batman Il Cavaliere Oscuro - Il Ritorno” ciò che consente a Bruce Wayne di fuggire dalla prigione a forma di pozzo è proprio la ritrovata paura verso la morte, che gli dà un fortissimo impulso alla vita, non il disprezzo verso sè stesso.
L’ultimo brano, infine, è ciò che rimane dopo la fuga, ovvero “Exuvia”, come il titolo dell’album stesso. Se “Prisoner 709” si concludeva con la fuga mentale, adesso è fisica:
I miei dubbi hanno dei modi barbari:
Invadenti e sono troppi
Il segreto è fare come gli alberi:
Prima cerchi, dopo tronchi
Chi ti spinge dopo quella soglia?
Se non è la noia, sarà il tuo dolore
L'occasione buona per andare altrove, tipo fuori
Fuori di me, exuvia, […]
Ho scritto in passato sulla presunta ciclicità della vita, ovvero, in realtà non torniamo mai al punto di partenza perché siamo cresciuti nel frattempo. Caparezza indica la stessa strada, «fare come gli alberi: prima cerchi, dopo tronchi». L’album stesso ha come copertina un tronco stilizzato che sembra crescere veloce verso l’alto:
La domanda è dunque: dove si va, una volta fuggiti? Non immaginerete mai quale sarà la risposta.
Mentre Caparezza è in tour per promuovere “Exuvia”, si accorge di non percepire più le voci delle persone: l’acufene si aggrava in ipoacusia. L’intervista dove racconta questa storia al podcast di Gianluca Gazzoli “Passa dal Basement” è molto toccante, trasmette infatti l’ulteriore peso percepito dal punto di vista di una persona che ha basato sulla vita interamente sull’ascolto della musica. Al tempo stesso, racconta come quasi per caso era al Lucca Comics per promuovere la variant cover disegnata dal fumettista Simone Bianchi. Una variant cover è una copertina diversa da quella canonica che viene prodotta in edizioni limitate nel mondo dei fumetti, spesso è particolarmente ricca ed elaborata. In un momento di profondo sconforto, Caparezza ritrova la luce proprio nel fumetto: da questa ispirazione nasce “Orbit Orbit”, prima come fumetto e poi come album.
Arrivato a questo punto, devo fare una precisazione: purtroppo, ancora non ho letto il fumetto “Orbit Orbit”, la cui sceneggiatura è stata scritta proprio da Caparezza. Ciò che vi racconto adesso è dunque la mia interpretazione basata sull’ascolto delle canzoni; in altre parole, come ho immaginato io la storia del fumetto.
Partiamo dal titolo, “Orbit Orbit” è un’onomatopea che l’autore inventa per il contesto del fumetto. Come saprete, “Grr” indica rabbia, “Sigh” un sospiro, “Mumble” un pensiero, mentre con “Orbit Orbit” indica il perdersi nei propri pensieri. L’album racconta dunque il viaggio dell’astronauta Caparezza in uno spazio creato dalla propria immaginazione. La prima canzone è “Fluttuo, orbito”:
[…]
Dammi due secondi e do alla luce mondi
Ho un potere da bambino, a me basta chiudere gli occhi e
Fluttuo, fluttuo, orbito
Nel vuoto cosmico
Sto dipingendo il buio dell’universo
[…]
Cerco profondità, per questo vado verso l'alto
Lì dove ogni pianeta è più che un paramento sacro
[…]
Il viaggio prosegue in pianeti che rappresentano stati emotivi. Trovo particolarmente interessante “Darktar”, che rappresenta il crogiolarsi in una comoda malinconia, in una dis-comfort zone. Un altro brano molto toccante è “Come la musica elettronica”, dove Caparezza accoglie a braccia aperte i segni del tempo sul proprio corpo, dicendo appunto:
[…]
Non tornerei com’ero nemmeno se potessi
Non ho interesse per i successi
Voglio solo andare avanti e godermi l’essere vecchio
Come la musica elettronica
(How lucky, now I feel so light ‘cause I’m)
E mi godo il tempo che mi resta (old)
Come sempre fuori dalla ressa (old)
[…]
E’ il nuovo punto di maturità, l’accettazione suprema di come si è. Caparezza è guarito finalmente dai dolori perché è perfettamente in pace con sé stesso, come ha raccontato in molte interviste.
Andiamo adesso al titolo di questo articolo, ovvero empatizzare con le ostriche. L’ultimo brano dell’album è “Perlificat”, in cui si parla di come le ostriche creano le perle che tanto apprezziamo. La perla nasce in realtà da un trauma, ovvero un granello di sabbia indesiderato o un parassita che non può essere espulso; allora l’ostrica lo avvolge nella madreperla e così nasce un oggetto più comodo da tenere e, per noi esseri umani, incantevole. Così Caparezza invita a trattare i mali che sopraggiungono all’esterno: chiuderci in noi stessi e con l’atto creativo tramutarli in qualcosa di profondamente diverso e piacevole. Nei concerti ha più volte ribadito che di fronte a un mondo esterno che celebra la distruzione, la creazione rappresenta invece un atto di resistenza.
Venendo a me, avrete notato che da un po’ di mesi gli articoli di questo blog sono molto diversi dai precedenti. “Blog” deriva da “Web Log”, ovvero diario nel web, e io vi ho raccontato molte storie sul nostro rapporto tra tecnologia e società perché da sempre molto interessato a queste tematiche. Al tempo stesso, da Febbraio ‘26 in poi ho iniziato ad accusare una certa stanchezza. Vi ho parlato di come la mia batteria analitica fosse perennemente scarica per lo stress legato alla ricerca di dottorato, mentre quella emotiva no; così ho ripreso il racconto “Cosa c’è oltre il tramonto”, è stata la mia maniera di fluttuare con l’immaginazione in un luogo diverso, in questo caso l’Hotel California. Ultimamente anche la batteria emotiva si è scaricata, infatti ho interrotto la pubblicazione dei capitoli del racconto (giuro che accade altro dopo che il protagonista si è buttato dalla cascata, anzi, la storia andrà ben oltre ciò che sino ad adesso avete letto, come chi vorrà vedrà), anche per mancanza di tempo. Da settembre in poi gli articoli del blog sono stati guidati da fluttuazioni e fantasie varie, vi ho raccontato del potere dell’immaginazione e dell’Infinito di Leopardi per esempio. Non sono ancora nella fase di creazione della perla, per il momento sento solo molto stress lavorativo dato dalle ultime battute del dottorato (dell’ultimo giro di danza, come mi piace chiamarlo) e mi rifuggo dunque nell’immaginazione (Io nel pensier mi fingo). Non so dove mi condurrà il post dottorato, Steve Jobs diceva che i puntini si uniscono dopo che le cose accadono, retrospettivamente si comprende il valore delle cose, perché la vita segue traiettorie casuali. Potenzialmente posso lavorare sia in accademia che industria, avendo fatto un dottorato industriale, e a volte la libertà mi crea sconforto. A volte sarebbe bello vedere quei puntini in anticipo, magari osservando il volo degli uccelli, come gli antichi. È una crisi? Quale parte di me sta morendo? Quale sopravvivrà? Solo il tempo me lo dirà e, se vorrò, ve lo racconterò su questi schermi.
Immagine in copertina è il dipinto “Pearl Oyster”, Mikhail Vruber, pastello, gouache e carboncino, 1904
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